Napoli: dalla bottega di falegname ecco rispuntare il teatro di Nerone

Giorno dopo giorno, la pancia di Napoli vomita frammenti d’antico e nuovi motivi di stupore si offrono agli sguardi contemporanei. Ma per rendere davvero godibile […]

Giorno dopo giorno, la pancia di Napoli vomita frammenti d’antico e nuovi motivi di stupore si offrono agli sguardi contemporanei. Ma per rendere davvero godibile la storia  è necessario saperla raccontare. “Bisogna emozionare, parlare una lingua comprensibile da tutti, in breve bisogna saper dare voce alle pietre”, dice Enzo Albertini, speleologo nonchè presidente dell’associazione Napoli Sotterranea, che per intenderci è la onlus che dal 1990 ha consentito a napoletani e turisti di riappropriarsi del sottosuolo della città e delle storie che per millenni vi sono rimaste custodite.

E’ Albertini l’artefice di una nuova scoperta, o meglio di un nuovo frammento del teatro romano riportato alla fruibilità. Nel cuore di Napoli, in vicolo Cinquesanti, appena a ridosso dell’agorà (oggi piazza San Gaetano), dove fino a qualche mese fa c’era la bottega di un falegname tra qualche giorno aprirà alle visite un sito archeologico di grande fascino. Nello spazio ristretto di 150 metri quadrati (ma dalla considerevole altezza di 12), c’è quel che resta della “summa cavea”, ovvero l’anello superiore della gradinata di quel teatro dove nel 64 dopo Cristo si esibiva Nerone.

Cosa ci facesse una falegnameria in un sito archeologico è fatto scritto nella stessa storia della città. Storia che parla di edifici cresciuti sin dal ‘500 inglobando il cuore urbano più antico, fondendosi con le presistenze romane così come queste avevano fatto con la città greca in un intrecciarsi di fondamenta che hanno tenuto prigioniero per secoli l’intero teatro. Un sito che si snoda nel perimetro occupato da quattro palazzi che ha il suo cuore in un giardino di proprietà padri Teatini. Qui, e poi nei bassi e nelle botteghe che si affacciano sulle stradine dell’Anticaglia quel il teatro augusteo emerge lentamente, ed i muri in opus reticulatum e gli archi si svelano oltre ai sottili intonaci. Uno scavo aperto dalla soprintendenza per riportare alla luce del sole “il possibile”, poi, 8 anni fa sempre grazie ad Albertini, un’altra  prima parte del teatro spunta dal buio, ancora in vicolo Cinquesanti, nei sotterranei di un basso. Lo speleologo ha lasciato i mobili della famiglia che vi abitava e la visita al teatro, compresa nel percorso guidato alla Napoli Sotterranea, è diventata famosa. Si sposta il letto che copriva la botola di un locale che la famiglia adoperava come cantina ed ecco che  si torna indietro di 2000 anni, immergendosi nella miracolosa integrità di quei corridoi sottostanti al proscenio. Luoghi dove gli attori si preparavano prima di andare in scena e dove i tecnici manovravano i loro artifici.

“Nel vedere il letto muoversi un famoso architetto diede una definizione perfetta – racconta Albertini – disse: ecco che la storia si sposta per lasciare spazio all’archeologia”. La storia, ovvero, i mobili e le relique domestiche della “gente dei bassi”, perché il centro storico di Napoli  prima di essere fatto di emergenze monumentali, di chiese, vicoli, pietre nere e palazzi nobiliari è fatto dalla gente che da sempre l’ha abitato. Un popolo di artigiani, come il proprietario di quella falegnameria che, in mancanza di successori, sei mesi fa ha dovuto chiudere i battenti. E qui è intervenuto Albertini, riuscito a strappare quella bottega ad una fine poco degna di tanta storia: diventare un garage per motorini o un deposito di bibite.

Preso in affitto il locale per 500 euro al mese, il presidente di Napoli Sotterranea ha svolto una semplice quanto delicata opera di pulizia, riumuovendo da quei muri vecchi 2000 anni, i chiodi piantati per gli attrezzi, le assi di legno, lo sporco. La summa cavea è tornata a vivere ed ha regalato una nuova scoperta, i canali di scolo delle fogne borboniche, realizzati con maioliche dai disegni  blu. All’interno della vecchia falegnameria è stata allestita una mostra di arte presepiale per “far dialogare il territorio con il proprio passato”e, come già anticipato, tra qualche giorno sarà inserita nel percorso che include la Napoli Sotterranea, il basso – teatro, ed un piccolo quanto suggestivo museo della Guerra.

Ma non è tutto, perché in quello spazio si terranno convegni, incontri, conferenze. E qualche iniziativa sta per andare in porto, come quella che racconterà al pubblico perché la pizza napoletana è unica ed inimitabile. Il segreto starebbe tutto nella terra, anzi nella geotermia “Non lo dico io – precisa Albertini- ma è l’asserzione di fior di docenti universitari, tutto sta nel tufo di cui è costruita questa città. Una pietra che ha la capacità di mantenere costante la temperatura creando una sorta di camera iperbarica. Cosa che consente all’impasto di lievitare nella condizioni ideali. In tutta tranquillità, insomma”.

Certo, passare dal teatro romano alla pizza può sembrare dissacrante, ma anche la storia di quel luogo non è completamente nobile, tanto più che vi ha recitato un tipaccio come Nerone. Per la cronaca. Pare che l’imperatore, seguito sempre da una consistente claque, tenesse molto all’apprezzamento del popolo napoletano, capace ancora di parlare il greco e dunque considerato di palato fino. Si racconta, peraltro che nel corso dell’esibizione Nerone venisse importunato da una forte scossa sismica; impertubabile continuò il suo canto, affermando che quello era il segno dell’apprezzamento degli dei. Sarà solo leggenda, ma è plausibile e poi, per dirla con Albertini, “bisogna emozionare, altrimenti l’archeologia diventa noiosa”. (AD)

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