Mostre imperdibili. Ghitta Carell, volti di un’epoca

Ghitta Carell e il potere del ritratto, fino al 17 maggio – Roma, Fondazione Pastificio Cerere. Una mostra a cura di Diego Mormorio

Natalia Aspesi fece a Ghitta Carell un efficace ritratto: “Fotografava solo ‘il meglio’: aristocratiche con figli e cani aristocratici, poeti, scrittrici, dive intellettuali, generali, gerarchi, membri di case regnanti. – scriveva – Fotografava solo gente bellissima o che lei riusciva a rendere bellissima: le sue donne sembravano sempre regine inavvicinabili eppure dolcissime, i suoi uomini forti intelligenti, dominatori. È naturale che Ghitta Carell fosse, soprattutto negli anni Trenta italiani, la fotografa di moda, la ritrattista più ricercata”. Il nome di Ghitta Carell è noto a molti, ma la sua figura e la sua opera restano pesantemente gravate da luoghi comuni. La realtà è che questa donna colta e intelligente è stata associata strettamente al mondo del potere e le sue immagini più famose, tutte scattate negli Anni Trenta in piena era fascista, sembrerebbero confermarlo. In realtà ritrasse anche persone comuni.

 

Walt Disney, 1935 Copyright Archivio storico Fondazione 3M

Walt Disney, 1935
Copyright Archivio storico Fondazione 3M

La nobiltà, il clero, gli imprenditori, la piccola-media borghesia, gli intellettuali, gli uomini politici, la famiglia, la gente comune. Sono i soggetti di Ghitta Carell (1899-1972), e sono le sezioni della mostra che attraverso 150 immagini restituisce non solo un doveroso omaggio alla sensibile ritrattista ma documenta la storia di un’epoca attraverso i suoi protagonisti, dagli anni Trenta agli anni Cinquanta.

Nata nel 1899 nell’Ungheria del nord-est, Ghitta Carell impara la tecnica fotografica a Budapest, in un corso di fotografia per “signorine”, ma sono gli intellettuali a destare il suo interesse di giovane. E così, frequentando lo studio del fotografo Szekelu Aladair, entra in contatto con l’intellighenzia locale. Animata da sogni e passioni, Ghitta decide però di  proseguire la sua formazione fotografica a Vienna e Lipsia, per approdare nel 1924 a Firenze, dove frequenta l’ambiente mitteleuropeo che si ritrovava a Fiesole in casa dello scultore Mark Vedres  e della moglie Matild, storica dell’arte. Qui incontra una serie di  talenti come il musicista Luigi Dalla Piccola, lo scrittore Alberto Carocci, lo scultore Marino Marini, lo storico dell’arte Bernard Berenson.

Dopo il periodo fiorentino, Ghitta si trasferisce a Milano, qui presto diventa una fotografa molto apprezzata, soprattutto dai personaggi dell’alta finanza e dell’aristocrazia. A lanciarla è la foto di un bambino vestito da Balilla, scattata nel 1926, e scelta per un manifesto di propaganda. La foto tappezza i muri di tutta la nazione e da quel momento ha inizio l’ascesa verso la grande notorietà.  La sua fama raggiunge facilmente la media borghesia, che comincia a considerare le fotografie di Ghitta Carell come una prova di affermazione sociale. Nel vivo del culto di Roma, si trasferisce nella Capitale, vicino a Piazza del Popolo, riuscendo a conquistare tutti quelli che contano: Edda e Galeazzo Ciano, Benito Mussolini, Alberto Savino, Giovanni Papini, Alba De Céspedes, Pio XII, i Gonzaga, i Diaz, i Borghese, i Cicogna, i Visconti, i Colonna, ecc. Diceva di Mussolini: “Io l’ho conosciuto bene e l’ho osservato per giorni dietro la scrivania nella sala del Mappamondo. Era così vanitoso che potevo fare per ore quello che volevo”.

 

Con la fine della guerra torna l’antica fama e tutto il gotha democristiano (Alcide De Gasperi, Giovanni Gronchi, Giulio Andreotti, ecc.) posa sotto le lampade di questa fotografa, che nel 1959 diviene cittadina italiana. Ma è anche amica e fotografa di scrittori come Cesare Pavese, attrici come Valentina Cortese, giornalisti come Camilla Cederna e personaggi come Walt Disney.

Si allontana dall’Italia in sordina e sceglie di trasferirsi ad Haifa, in Israele, dove muore nel 1972.

 

Il perché del successo di Ghitta Carell è tutto nella composizione e nell’evanescenza delle sue fotografie. Ritocchi straordinari che eliminavano ombre, durezze, vuoti, restituendo così ai personaggi un’aria meno torva o più seducente. E quando dall’America giunsero nuove tecniche lei non se ne curò, continuando a fotografare come aveva imparato durante il corso giovanile a Budapest – usando il bianco e nero, con una macchina a lastre nel formato 18×24 e più raramente una Rolleiflex 6×6. www.pastificiocerere.it

(g.m)

La principessa Maria Josè anni '30 copyright Fondazione 3M

La principessa Maria Josè
anni ’30
copyright Fondazione 3M

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