Mostre. “Il doppio gioco” di Andrea Zucchi, a Milano

“Andrea Zucchi. Doppio gioco – Appropriazioni & Astrazioni”, Milano, fino al 12 maggio alla Fondazione Stelline. A cura di Sergio Risaliti

Riscrivere immagini ormai cristallizzate, restituire loro una nuova esistenza alla luce di quanto la contemporaneità suggerisce, di quello che la storia ha aggiunto ad ogni storia, ri-creare come immaginifico sinonimo di “doppio gioco”, è quello che Andrea Zucchi, milanese, classe 1964 fa nelle sue opere. E il risultato, tra contrasti e assonanze, ironia e psichedelia, entra appieno nel dibattito tutto contemporaneo della rielaborazione dei materiali preesistenti nelle arti, di tutte le arti: dal cinema alla musica, dalla letteratura alle arti visive. E se nulla è nuovo sotto il sole visto che il contagio (o la contaminazione) o il richiamo al passato è storia vecchia; nel mondo digitale questi procedimenti sono diventati consuetudine, il “copia e incolla” una cifra di questi anni.

La mostra alla Fondazione Stelline si divide in tre parti presentando complessivamente cinquanta opere. In una, attraverso lavori di medie e grandi dimensioni, Zucchi usa fotografie dell’Ottocento, traducendole in pittura e virando l’originale bianco e nero in un cromatismo esasperato ed eccentrico che le rende sì artificiali ma che proprio per questo le rende un’altra cosa dalla citazione pura e semplice.  “Attraverso una sorta di plagio psichedelico, personaggi storici, figure allegoriche, nudi accademici, scene di genere, paesaggi romantici e nature morte, insomma tutto il repertorio di un’epoca a noi così stranamente familiare e lontana allo stesso tempo, riemerge nei dipinti di Zucchi acquistando un aspetto vivace, ironico che le rende insolitamente Pop”.

In un altro nucleo di opere invece, tutte di piccolo formato, i cartoni da imballaggio degli oggetti elettronici sono riutilizzati come supporti tridimensionali per composizioni astratte, che si riallacciano, da una parte, alle morbide geometrie di Kandinskij, Klee e Arp, e dall’altra alle ricerche sulla superficie oggettuale degli anni sessanta. “Sfruttando i pieni e i vuoti di queste strane e variegate sagome, che spesso richiamano elementi architettonici, Zucchi elabora una sorta di sgargiante decorazione tribale che trasfigura in pura forma plastica i fragili gusci di protezione delle nostre merci”.
A fare da trait d’union alle due opposte linee di ricerca, una serie di sculture di panneggi che sembrano fuoriuscite dai dipinti per trasformarsi, una volta abbandonati al suolo, in forme quasi astratte. www.stelline.it (a.d)

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