Miti dell’arte: la Merda d’artista, una breve storia

Con la mostra che mercoledì 26 marzo aprirà a Palazzo Reale, Milano, finalmente rende il giusto tributo a Piro Manzoni. Uno dei pochi artisti italiani del Secondo dopoguerra capaci d’imporsi sulla scena internazionale con forza dirompente, ma per il pubblico più ampio resterà sempre (e ingiustamente) solo l’artefice della Merda d’artista

La mostra milanese (QUI GLI APPROFONDIMENTI) con la sua panoramica completa sulla breve quanto intesa carriera di Piero Manzoni è dunque l’occasione migliore per andare alla scoperta delle invenzioni di questo giovane irrequieto e dal talento devastante passato sulla scena artistica italiana con la velocità di una cometa. Ma dopo nulla è tornato ad essere come prima. La lezione di Manzoni perdura, allo stesso modo in cui la Merda d’artista è una delle icone dell’arte d’avanguardie, “uno dei suoi miti più tenaci”, premette Flaminio Gualdoni, curatore della mostra, autore del catalogo (Skira) e di un piccolo quanto illuminante saggio: “Breve storia della Merda d’artista” che Skira pubblica proprio in occasione dell’evento espositivo.

 

Dalla data della sua realizzazione, il 1961, l’opera è stata circondata da un alone leggendario riguardante il suo contenuto, l’intento dell’artista, l’escalation di prezzi che l’ha vista protagonista. È oggetto di leggende e, naturalmente, di ironie, di parodie, di polemiche e rifiuti feroci, che l’accomunano idealmente all’opera-scandalo per eccellenza del secolo, Fountain di Marcel Duchamp. Gualdoni ripercorre la genesi di Merda d’artista in seno al percorso inventivo di Manzoni e il crescere sino a oggi della sua eccentrica fortuna storica.

Una reliquia, per farsi oggetto di culto, non è affatto importante che sia vera. Conta la convinzione del suo potere miracoloso: un’opera d’arte, per dire con Werner Muensterberger, ‘provenga essa da un ritrovamento, da un dono, da un acquisto o addirittura da un furto, porta in sé il marchio d’una promessa e di una compensazione magica’. L’opera di Manzoni continua a interessarci, intrigarci, irritarci, perché si regge su un’ambiguità insanabile, tra mistico e corporeo, tra alto e basso, tra vitalità e morte. Tra oro e merda.

Nel mese di maggio del ’61 ho prodotto e inscatolato 90 scatole di merda d’artista” (gr. 30 ciascuna) conservata al naturale (made in Italy). In un progetto precedente intendevo produrre fiale di “sangue d’artista”, raccontava Manzoni che rifletteva in quel momento, sul ruolo dell’artista di fronte all’opera d’arte che si svuotava di contenuti, e che andava a riferirsi unicamente a se stessa e al suo artefice.  Nascono da questa riflessioni anche il Fiato d’artista (palloncini gonfiati dall’alito di Manzoni) e il citato progetto del Sangue d’artista.

 

Era il 21 maggio del 1961 e l’artista milanese sigillò in 90 lattine identiche le proprie feci, vi appose l’etichetta, tradotta anche in inglese, francese e tedesco, tanto per  rendere “fruibile” la conserva al pubblico internazionale, firmò ogni singola opera e la pose in vendita per l’equivalente in oro del suo peso: trenta grammi circa. Per la prima volta fu esibita alla Galleria Pescetto di Albisola Marina il 12 agosto dello stesso anno.  Manzoni morirà due anni dopo, aveva solo trent’anni.  Oggi la Merda d’artista fa mostra di sé nei musei: dal museo del Novecento di Milano alla Tate di Londra, dal MoMa di New York al Madre di Napoli. L’etichetta della parte inferiore reca stampato “Made in Italy”. “Chiara è l’ironia – dice Gualdoni – nel mimare il tipico linguaggio delle conserve alimentari, ed esplicita la volontà di attribuire all’oggetto l’aspetto di un prodotto merceologico a pieno titolo. Che si tratti di porre in vendita degli escrementi è semplicemente l’estremizzazione di un pensiero già ampiamente esplicitato da Manzoni intorno alla concretezza materiale del corpo e alla artisticità implicita in ogni atto dell’autore, dunque nelle sue reliquie“.

Il picco di massima controversia critica l’operazione lo raggiunge sul piano della questione del valore. Manzoni fissa il prezzo di Merda d’artista basandosi su un’arbitraria parità merda/oro, all’incirca 700 lire d’allora al grammo, indicandolo in trenta grammi d’oro.

Lo scacco messo in atto da Manzoni – spiega Gualdoni – consiste nel combinare prezzo dell’oro, merda e artisticità in un unico cortocircuito tanto pratico quanto mentale: è il “cupio dissolvi” dell’idea stessa di valore, in cui entrano in gioco elementi come la suggestione di reliquia, per paradosso negativo, del contenuto, e il pagamento di una merce/non merce di cui non si può accertare la natura ma solo accettarne in linea di principio la proclamata artisticità, secondo una parità aurea fattasi anch’essa ormai problematica“.

Quei barattoli contengono ben più di quanto dichiarato in etichetta, l’inizio di una deriva per qualcuno, e ogni caso il via di un modo “altro” d’intendere la creatività: l’arte (anche) come comunicazione dove pure la pubblica disapprovazione entra a far parte della trama. “Posso tranquillamente asserire che si tratta di solo gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole”, tagliò corto l’11 giugno del 2007 l’artista e amico di Manzoni, Agostino Bonalumi, al Corriere della Sera. Ecco cosa c’è in quelle mitiche scatole di latta: gesso. Forse.

 

 

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