Michelangelo Buonarroti, 450 anni fa l’addio

450 anni fa moriva Michelangelo Buonarroti

Il 18 febbraio del 1564 moriva, nella sua casa romana, Michelangelo Buonarroti. Chi abbandonava la vita era un uomo di 89 anni, stanco, sconfitto dall’età ma sempre vigoroso, tanto da riuscire ancora a piegare il marmo al suo volere. Moriva un uomo che aveva conosciuto la gloria senza averne goduto gli apparenti  lussi, ma avendo trattato alla pari con papi e principi.  Viveva da povero, Michelangelo, pur non essendolo, con la compagnia di pochi e fedeli allievi, come Daniele Da Volterra e soprattutto in compagnia del suo genio. Nel suo studio rimaneva una “Statua principiata per un Cristo et un’altra figura di sopra, attaccate insieme, sbozzate e non finite“, l’ultimo capolavoro, la Pietà Rondanini, la sua opera più misteriosa, forse destinata alla sua tomba.

 

Con Michelangelo scompariva quel tempo straordinario che aveva visto muoversi e incrociarsi i tre geni assoluti dell’arte italiana: il “nemico” Leonardo da Vinci, se n’era andato nel 1519 confortato dai lussi del castello di Amboise che il re di Francia gli aveva messo a disposizione; a soli 37 anni, nel 1420, era invece scomparso Raffaello Sanzio, uno spirito amabile e dolcissimo, l’esatto contrario del ruvido e scontroso Michelangelo. I tre si erano incrociati spesso, avevano ammirato (in segreto) il lavoro l’uno dell’altro e solo il giovane Raffaello aveva reso ai più anziani maestri pubblico omaggio. Troppo astiosi e consapevoli della rispettiva genialità, Leonardo e Michelangelo pur conoscendosi, in realtà non riuscirono mai a incontrarsi.

Michelangelo_pietà_rondanini_t

536px-Michelangelo,_Giudizio_Universale_05L’intrattabile Buonarroti, cui un pugno in pieno volto inferto dal mediocre collega Torrigiano aveva in gioventù deturpato per sempre il profilo; fu un genio precoce. Ha il sapore della leggenda, la sua permanenza, poco più adolescente, alla corte di Lorenzo de Medici. Il Magnifico conquistato dal genio di quel ragazzino che lo aveva inconsapevolmente ritratto nelle effigi di un fauno; il ragazzo capace di ingannare (con la complicità del Medici) i collezionisti del tempo, spacciando un putto di sua mano per un antico reperto romano. Il ragazzo che a 22 anni realizza la Pietà di San Pietro, e a 24 mette mano al Davide, facendo di un blocco di marmo mal sbozzato il capolavoro che il mondo ancora ammira. Dalla Repubblica fiorentina (Michelangelo, pur amando come un padre Lorenzo dei Medici, fu ostile alla famiglia) alla corte papale, da quell’affresco della battaglia di Cascina nel salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, che non realizzò mai e che doveva contrapporlo all’odiato Leonardo; alla tomba per Giulio II, un faraonico progetto con 40 figure che lo occupò per gran parte della vita ma che dovette poi ridimensionare. E l’approdo della Sistina, obbligato dallo stesso pontefice a un capolavoro affrontato con riluttanza, perché lui non si considerava un pittore e perché comunque non aveva voglia di dipingere il soffitto di un “granaio”, e poi il ritorno in quella stessa cappella – diventata grazie a lui il centro della cristianità – ben 22 anni dopo, chiamato da un altro papa, Paolo III Farnese, per quel Giudizio Universale dove lo stesso Michelangelo si ritrae nella pelle svuotata di San Bartolomeo. E intanto l’artista che incanta il mondo, l’uomo capace di passare dalla pittura alla scultura, dall’architettura alla poesia; si trascina in un costante mal di vivere. I sonetti ci raccontano di un uomo alla costante ricerca di pace, e ancora di più alla ricerca di Dio. Quel Dio creatore che ha fatto l’uomo a sua immagine e che nella materia ha infuso il suo spirito creatore, quello spirito che solo l’artista è capace di librare dalla pietra. Altri scritti ci tramandano il ritratto di un Michelangelo che solo nell’amicizia, nell’incontro d’anime con Vittoria Colonna, trova un barlume di serenità. Infine lettere e note spesa ci restituiscono l’immagine di uomo intrattabile, litigioso e sin troppo attento al denaro. Ma cosa conta, almeno ai geni perdoniamo tutto. (a.d)

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