Massimo Bray. “Investire nella cultura è investire negli italiani”

Il cambiamento passa anche attraverso la Cultura. Lo spiega in un post il neo ministro Massimo Bray

Uno dei primi pensieri dopo la nomina è stato provare a dare seguito alle aspettative contenute in questa lettera” , ha twittato Massimo Bray nell’immediatezza dell’incarico come ministro dei Beni Culturali e del Turismo. La lettera a cui fa riferimento (qui il testo completo) firmata da numerosi intellettuali in tempi pre – elettorali, chiedeva all’allora candidato del PD di farsi portavoce dell’esigenza di un profondo cambiamento di rotta nella politica culturale italiana.

 

Bray ha pubblicato la sua riposta sul blog dell’Huffington Post, ne prendiamo i punti salienti

Eguaglianza, lavoro e cultura possono essere i tre pilastri su cui costruire una grande prospettiva di cambiamento […]

Il dibattito elettorale ha fin qui dato assai poco spazio ai problemi del patrimonio culturale, della ricerca, della formazione, in una parola ai problemi di una politica per la cultura: molte autorevoli voci hanno sottolineato la necessità di mettere al centro dell’attenzione la Cultura. Si lamenta opportunamente il disinteresse politico, la “contrazione pesantissima degli investimenti in tutta la filiera della conoscenza” (appello dell’Unità); si propone (così Esposito e Galli della Loggia sul Corriere) l’istituzione di un Ministero della Cultura che sostituisca il Ministero dei Beni Culturali; si consulta il popolo del web sulle cose da fare (così il FAI con una bella iniziativa), si pongono alcune domande sulle priorità da attuare (Il Sole 24 Ore); più spesso fioriscono appelli anche in più casi meritori per la difesa di questa o quella istituzione o settore particolare.

Il tema è centrale, soprattutto in un paese come l’Italia, ma a tal punto, nei fatti, trascurato, da rischiare di caratterizzarsi come una serie di appelli destinati a cadere nel vuoto o a essere presi in considerazione solo nel breve termine, per essere poi dimenticati. Quanto invece sia opportuno fronteggiare la situazione lo dimostra anzitutto un dato: la storia ci ha consegnato un patrimonio straordinariamente ricco, mentre l’investimento in Cultura in Italia è pari allo 0,19% del bilancio pubblico. Conseguenza diretta di questo sottofinanziamento è lo stato disastroso in cui si trovano anche le più preziose eredità del passato.

CULTURA = COMPETITIVITA’

Investire in Cultura significa investire nel futuro. La nostra Costituzione affronta esplicitamente la questione nell’articolo 9, che recita “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione“. Ma è soprattutto nell’articolo 3 che illustra gli obiettivi ultimi di quest’azione di promozione e tutela: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“. Cultura, formazione sono le basi su cui creare un’Italia competitiva, capace di definire uguali condizioni di partenza per tutti, indispensabili per consentire ai talenti di esprimersi e di concorrere al benessere comune. Serve ricordare a questo proposito che l’investimento per l’Università è nel nostro paese dello 0,8%, percentuale assai mediocre, soprattutto se si guarda a quanto spendono in alta formazione non solo i paesi ad economia avanzata, ma anche tante realtà in via di sviluppo. Non sono discorsi vuoti, basti pensare che il miracolo economico della Corea del Sud ha per fondamento il 2,4% del bilancio pubblico investito solo in alta formazione.

Gli investimenti in cultura e formazione, che sono condizione essenziale per la crescita, sono stati invece spesso vanificati dalle visioni di passo breve, sempre legate non a progetti, ma a logiche di emergenza straordinaria e all’idea, pur giustificata, che il danaro investito dovesse da subito garantire occupazione e turismo. L’investimento in Cultura genera ricchezza e occupazione, ma deve anzitutto essere finalizzato alla conservazione e alla valorizzazione del nostro incredibile patrimonio. Non è insomma solo una questione di finanziamenti, ma di qualità della spesa e di capacità progettuale.

[…]

Ecco perché credo che vada davvero ricostruito il rapporto di fiducia tra cittadini e i loro rappresentanti e credo che la base comune da cui ripartire sia proprio il valore della Cultura. Dove per cultura si deve intendere – permettetemi di parafrasare la definizione del Vocabolario Treccani – l’insieme delle conoscenze e dei valori che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole con un personale e profondo vissuto che consente ad ognuno di noi di convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di appartenere ad una comunità che ha valori, storie e tradizioni comuni.

POMPEI SIMBOLO DELLA RINASCITA DEL PAESE

Ecco perché prima di pensare a un Ministero della Cultura o ad altre strutture è bene essere consapevoli che la priorità deve essere quella di indicare degli obiettivi chiari, realizzabili. Non ho ricette miracolistiche per togliere il paese dalla situazione in cui si trova, ma credo che la cosa migliore sia quella di studiare con attenzione le situazioni più critiche e adottare provvedimenti per porvi rimedio. Il primo intervento dovrà essere rivolto alla scuola e all’università, per ridare dignità a chi ci lavora, strumenti a chi fa ricerca, contenuti e innovazione a chi studia; ai musei, alle biblioteche, agli archivi, presidi di una memoria storica che va recuperata e pilastri della costruzione dell’identità del Paese, oggi mortificati dagli effetti dei ripetuti e consistenti tagli di bilancio e di personale. Occorrono impegni e interventi concreti per valorizzare le professioni specifiche, un numero cospicuo di risorse finanziare che consentano di far ripartire la ricerca, la formazione. Non c’è futuro, infatti, per un paese che non sa prendersi cura delle testimonianze del suo passato, porre freno alla devastazione del suo territorio, tutelare il patrimonio artistico di cui è custode e la cui salvaguardia deve diventare il segno di un profondo cambiamento nelle scelte di governo. Non vorrei ascoltare nessuna obiezione “politica” alla proposta che il prossimo governo si impegni, in uno dei primi provvedimenti, a indirizzare tutti gli sforzi e le risorse necessarie a restaurare Pompei e a fare di questo straordinario monumento, il simbolo della rinascita del Paese.

INVESTIRE NELLA CULTURA, INVESTIRE NEGLI ITALIANI 

Un buon metodo di lavoro potrebbe essere quello di impegnare il Ministro deputato e l’intero Governo a presentare periodicamente al Parlamento un piano di investimenti nel campo della cultura, nel senso e nel prevalente impegno alla conservazione e valorizzazione del patrimonio esistente e al sostegno agli altri settori. La tematica deve assumere rilevanza nazionale ed essere apertamente discussa e pubblicizzata (anche attraverso il vaglio di una apposita commissione formata da esperti italiani e internazionali – direttori dei maggiori musei, studiosi di rilievo mondiale).

Investire in Cultura significa rispettare il nostro passato e garantirci, al contempo, una prospettiva per il futuro. Investire in Cultura non è infatti nient’altro che investire negli italiani.

(a cura di a.d)

 

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