L’intervista. Valerio Massimo Manfredi, quando l’archeologia parla a tutti

Valerio Massimo Manfredi: archeologo, docente universitario, scrittore, sceneggiatore, giornalista, conduttore televisivo. Ha una bacheca colma di riconoscimenti e molti meriti, su tutti quello di saper parlare al grande pubblico da vero divulgatore. Ma lui ha fatto di più: ha trattato la Storia e i suoi protagonisti come un romanzo, rendendoli vividi, appassionanti e “contemporanei”. Di seguito l’intervista a Manfredi raccolta per Daringtodo da Matteo Trucco

Professor Manfredi, la sua attività di divulgazione scientifica e culturale è nota e apprezzata sia a livello nazionale che internazionale. Ritiene che il pubblico, soprattutto italiano, abbia sempre “fame” di cultura?

Penso di sì. L’Italia è l’unico paese, che io sappia che riesce e riempire le piazze con un festival della Filosofia o con le letture dantesche di Roberto Benigni o con i “Festival della mente.” Numerosissime sono le associazioni culturali e centinaia di studiosi locali ricostruiscono la storia dei piccoli centri, che organizzano cortei storici, rievocazioni, pubblicano libri.  

 I suoi romanzi e le sue trasmissioni, come Impero, hanno sempre riscosso un grande successo. Qual è la ricetta per entrare nel cuore dei lettori e del grande pubblico televisivo?

Per quanto concerne la narrativa penso che abbia importanza la capacità di creare trame affascinanti e di alta tensione, trasmettere emozioni profonde, costruire personaggi credibili e carismatici. E altre a ciò scrivere con forza ed eleganza. Per quanto riguarda la televisione basta avere un aspetto decente e dare l’idea che  uno sa di che cosa sta parlando. L’autorialità è anche importante: un bravo autore è fondamentale e anche le sedi in cui si gira possono essere importanti. I grandi scenari hanno sempre il loro fascino.

 La trilogia su Alessandro il Grande è diventata un best seller straordinario. Quale aspetto della vita del giovane sovrano macedone ha colpito maggiormente la fantasia dei lettori?

Penso il fatto di aver creato un personaggio di cui chiunque si innamorava: uomini, donne, cani, cavalli… , che aveva una vitalità inestinguibile, un entusiasmo bruciante, la capacità di comunicare i suoi sogni agli altri; e anche l’idea di un gruppo di ragazzi di 16-18 anni che concepiscono  l’idea di conquistare tutto il mondo conosciuto e cambiarlo completamente. E poi, seguendo il loro leader, lo fanno.

Oltre che scrittore e conduttore televisivo, lei è un archeologo e un grande studioso di antichità. Quale valore ha, secondo lei, oggi lo studio di queste discipline, alla luce (purtroppo) di una diffusa idea di “inutilità” nei confronti della scienza del passato?

E’ un valore difficile da quantificare ma sicuramente c’è. Non spendibile in modo specifico e non da mettere a ricavo in tempi brevi. Sostanzialmente le scienze storiche e letterarie rendono una persona più consistente, più libera, più elegante, più convincente, più eloquente, meglio organizzata intellettualmente, con più autostima e sicurezza nel trattare con altre persone, più dotata di senso critico, meno facile a subire imbrogli e strumentalizzazioni, a credere a venditori di spazzole e di enciclopedie, più equilibrata nei comportamenti, meglio predisposta all’apprendimento e anche ad esplorare altri sentieri. Chiedere a cosa serve la scienza del passato è come chiedere a cosa serve la “Nona” di Beethoven o la “Muta” di Raffaello”. A niente. Per questo sono così importanti. Anzi, necessarie.

La sua produzione scientifica spazia dallo studio dell’antica Grecia ai Celti, passando per gli Etruschi e i Romani. Quale periodo storico dell’antichità l’ha affascinata maggiormente?

 Non è una questione di fascino ma di interesse. E non si identifica con una civiltà in particolare ma con un tema di ricerca che mi attragga in modo particolare.

Recentemente l’Unione Europea ha esortato l’Italia a prodigarsi per la tutela del patrimonio culturale, ritenuto il nostro vero petrolio. Perché non c’è mai stata fino ad ora la volontà di investire veramente nella cultura?

 Perché siamo sempre stati assillati dal debito pubblico che esige denaro immediatamente spendibile e non investimenti a lungo termine. Paragonare poi i beni culturali al petrolio non mi sembra molto appropriato. E si identifica con una mentalità del nord Europa cui piace considerarci  solo un popolo di cuochi e di camerieri, professioni rispettabilissime, intendiamoci, ma ricorderei anche che siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania e davanti alla Francia. Noi sappiamo fare semplicemente tutto.

Un suo illustre collega, Andrea Carandini, ha affermato che la riscoperta del passato costituirebbe il viatico per la rinascita culturale del nostro Paese. Qual è il suo pensiero in proposito?

 Che non basta. Ci vogliono riforme severissime, regole ferree, punizioni esemplari per chi ruba, corrompe, disonora, copre d’infamia il nostro Paese. Inoltre bisogna riformare l’Università, organizzare meglio la scuola superiore, rendere l’arruolamento dei professori una cosa seria, investire nella ricerca. A quel punto il recupero del passato avrà la possibilità di restare una forma di cultura stabile e duratura.

Il degrado di Pompei, oltre ad essere una tragedia culturale tutta italiana, sembra rappresentare anche il canto del cigno della grande epopea dell’archeologia in Italia. C’è ancora un futuro per questa scienza dal fascino incredibile nel nostro Paese?

Il degrado di Pompei è meno terribile di quello che è stato presentato dalla stampa ma è comunque serio e il problema va risolto. Tutte le strutture murarie esposte alle intemperie per due secoli non possono certo essere in condizioni ottimali. Ora parte un grande piano di catalogazione e di risanamento che dovrebbe risolvere il problema almeno per un certo periodo. Il futuro dell’archeologia esiste ma il problema è che ci sono pochi posti (Università e soprintendenze) e moltiplicarli non è possibile in un momento come questo. Intanto si può mettere mano anche ad una nuova concezione dell’archeologia, ora troppo istituzionale, troppo rigida e  statica.

In ultima analisi, che cosa potrebbe far cambiare idea, soprattutto alla nostra classe politica, sull’importanza insita nella tutela e nella valorizzazione del nostro sconfinato patrimonio culturale?

Io credo ce non ci sia bisogno di convincere nessuno. Bisogna creare le condizioni per cui si possano fare gli investimenti necessari. L’attuale governo ci sta provando mi pare.

(Matteo Trucco)

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