La recensione. L’ultima Thule, e Guccini si congeda in grande stile

Guccini. I grandi artisti, le colonne portanti della musica italiana figlia di quella tradizione di cantautori impegnati, a decine di anni di distanza, sono e rimangono un punto fermo per le case discografiche

Io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite, / ai riflettori e pajettes delle televisioni / alle urla scomposte di politicanti professionisti, / a queste vostre glorie vuote da coglioni“.

Era il 1999 quando Francesco Guccini, nel suo cd “Stagioni” cantava nella traccia di fine cd queste parole. Sono passati oltre 12 anni, un nuovo disco di inediti (Ritratti, del 2004), ed ora, nel novembre 2012, sembra voler dire effettivamente addio alla musica. Ed il cantautore del Folk beat e dell’Avvelenata lo fa con le otto tracce del disco “L’ultima Thule“, edito da Emi e già volato ai primissimi posti delle top ten ancor prima della sua diffusione ufficiale.
Un disco complesso, senza dubbio, in cui l’ironia che aveva contraddistinto il cantautore di Pavana scompare per lasciare spazio ad una melanconia. Il gusto dell’addio.
Partiamo da un presupposto: i vari cantanti figli dei reality show tipo Amici ed X-Factor fanno il boom con un disco per poi sparire nel giro di poco tempo (alcune volte passano in pochi mesi dall’anonimato alla ribalta con una canzone per poi ritornare inevitabilmente nell’anonimato, seguendo la logica della fisica secondo cui ogni corpo che sale, prima o poi deve scendere).
I grandi artisti, le colonne portanti della musica italiana figlia di quella tradizione di cantautori impegnati, a decine di anni di distanza, sono e rimangono un punto fermo per le case discografiche. Eccezion fatta per alcuni cantanti che riescono a sfornare un disco all’anno (ma con che qualità? La ripetizione della ripetizione di uno stile consolidato e commerciale quando va bene). Quando invece sono i “grandi vecchi” a far uscire un disco, dopo quattro, cinque, otto anni, il successo è assicurato. Apriti Sesamo di Franco Battiato, Sulla Strada di Francesco De Gregori e L’ultima Thule di Francesco Guccini ne sono l’esempio. Sarà forse perché oramai sono le persone over 30, con gusti musicali ben affermati, che comprano i cd (o i vinili, ma scaricano anche da iTunes)?

 
Cosa dire di questo disco? Iniziamo dicendo che, pur trattandosi di canzoni nuove, ad un primo ascolto sembra di averle già sentite. E questa non vuole essere una critica nel senso che Guccini, ad oltre 70 anni, non riesca a rinnovarsi e la sua inventiva sia morta. Ma che, dopo decenni (Folk beat n1 risale al 1967!) è riuscito a mantenere un suo stile personale che, fin dalle prime note, ti permette di riconoscere la sua (voluminosa) “impronta”. E questo, sinceramente, è un pregio che in pochissimi hanno. Ed una delle prime caratteristiche che emergono è che Guccini, nei suoi testi, non ha mai abbandonato la rima. Rime non banali (tipo “sole-cuore-amore”, eponimo della banalità letteraria), ma sempre efficaci.
Il cd si apre con la “Canzone di notte n.4“, introdotta da un “siparietto” dove le voci di Franco Casari e Ariela Caruso ripropongono una delle conversazioni-tipo del cosiddetto “scontro generazionale”. I “matusa” (permettetemi il linguaggio “rock”) che si arrabbiano perché il giovane di turno si rifiuta di spegnere la luce per continuare a leggere e rifugiarsi nel suo mondo.
Si prosegue poi con “L’ultima volta“, una ballata malinconica, sulla fine di un amore “assoluto e violento” che “sembrava durasse per sempre” ma che, purtroppo, “non ha visto nemmeno settembre”.

 
E dopo questi due brani Guccini ti accoltella. Ti accoltella dritto al cuore con un brano violento, “Su in collina“. Si tratta della traduzione letterale, come si legge nel booklet, della poesia di Gastone Vandelli “Mort en culleina”. Si inizia con il suono della ghironda di Paolo Simonazzi. Ma, stranamente, non è un assolo di ghironda che fa venire voglia di ballare. La chitarra qui non è melodiosa. E la voce di Guccini è rude. Ti fa sentire il “il vento ghiacciato per la schiena“. La ricerca della stampa clandestina dell’Unità. Ed ad ogni ascoltatore che abbia un po’ di cuore non può che scorrere un brivido nella schiena quando, prima dell’assolo strumentale, si sente “Pedro ci ha fermati e stralunato / gridò: “Compagni, mi si gela il cuore, / legato tutto a quel filo spinato / guardate là c’è il Brutto, è la che muore“. Il vilipendio del cadavere, nudo, sfigurato da calci e pugni “di quegli assassini”. Il dolore del ritorno. Il riportare a casa, o meglio al comando partigiano, il cartello con la scritta beffarda “Questa è la fine di tutti i partigiani“. Le raffiche di carabina in onore del compagno ucciso. E, alla fine del brano, la speranza, il simbolo. 3 minuti e 33 che rendono l’idea della guerra fraticida del post-8 settembre. Ma Guccini non è contento, vuole rivangare la memoria storica. Ricordare che il 25 aprile non è solo un’occasione per fare un ponte di vacanza. “Se la guerra è finita perché ti si annebbia di pianto / questo giorno di aprile?“. Una melodia dolce, di chitarra, dove “La Russia è una favola bianca che conosci a memoria“. Dopo tanto soffrire, finalmente arriva “Quel giorno d’aprile” (questo il titolo della traccia 4): l’unità familiare è ritrovata. Il padre torna dalla guerra (anche se nei suoi sogni “continua la guerra e lui scivola ancora / sull’immensa pianura e rivede quell’attimo breve“).
E “L’Italia è una donna che balla sui tetti di Roma / nell’amara dolcezza dei film dove canta la vita, / ed un Papa s’affaccia e accarezza i bambini e la luna / mentre l’anima dorme davanti a una scatola vuota“. Riuscireste a descrivere meglio gli anni del boom e del dopoguerra? Ma il rischio dell’oblio è dietro l’angolo, e Guccini lo sa bene. E la chiusa del brano è secca: “Suona ancora per tutti,  campana / che non stai su nessun campanile, / perché dentro di noi troppo in fretta / si allontana quel giorno di aprile“.

 
E poi arriva, finalmente, il divertimento. Come nella sua migliore tradizione “cabarettistica” tratteggia la “Morte di un pagliaccio”. A chi si riferisca, “mi consenta”, non è dato saperlo. Fatto sta che questo B…uffone muore (politicamente?) contento, intossicato “da sogni vani di democrazia“. Giunto in fondo alla sua “saga triste e divertente“, “ad una vita ridicola e insipiente” tutti vanno a rendergli omaggio. E tra i personaggi si trovano, in cima al corteo, “sei politici, servi e un cardinale“, “uno stilista mago del sublime“, “un Vip con la troietta di regime” e “chi si vende per denari trenta“. Per non parlare poi del “mafioso riciclato“, o del “duro e puro cuore di nostalgico travestito da vero democratico” o da “chi si sente padrone dello stato”. chiunque non abbia vissuto sulla Luna negli ultimi 20 anni avrà probabilmente un’idea ben precisa di chi descriva Guccini.
Dopo questa parentesi “politica” il cantautore emiliano dice addio alla musica. E lo fa con la dolcissima “Notti“, con “Gli artisti” e “L’ultima Thule“.

 
Chi sono gli artisti? Il cantante, il poeta, lo scrittore, lo stilista, l’attore. E Guccini, è un artista? Tutti i suoi fan diranno certamente di sì. Ma il rapporto che il cantautore ha con questi artisti non è idilliaco. Ascoltate l’Avvelenata: “Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni?“, “Non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni si possa far poesia”, “Io canto quando posso come posso quando ne ho voglia senza applausi o fischi, vendere o no non passa tra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso“. E ancora: “Secondo voi a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare?”, “Colleghi cantautori eletta schiera che si vende una sera per un po’ di milioni, voi che siete capaci fate bene ad avere le tasche piene e non solo i coglioni. Che cosa posso dirvi? Andate, fate. Tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico, un fallito, un Bertocnelli, un prete, a sparare cazzate“.

 
Ma allora Guccini è un artista o no? Lui lo dice chiaramente: “Io semplice essere umano / costretto a costretti ideali, / son solo un umile artigiano / e volo con piccole ali”. E ancora: “Fabbrico sedie e canzoni, / erbaggi amari, cicoria, / o un grappolo di illusioni / che svaniscono dalla memoria / e non restano nella memoria“. Ma per smentirlo basta dire “Dio è morto”, “Via Paolo Fabbri 43”, “Autogrill”, “Canzone per un’amica”, “Eskimo”, “La locomotiva” e “Cirano”.
Il cd, di una quarantina di minuti, termina con “L’ultima Thule“, traccia che dà il titolo all’album.
Inutile commentarla. “L’ultima Thule attende e dentro il fiordo / si spegnerà per sempre ogni passione, / si perderà in un’ultima canzone / di me e della mia nave anche il ricordo“. Il cd si chiude. Ma sono sicuro che l’ultima frase sia palesemente sbagliata.
Grazie Francesco. (Luca Ciurleo)

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