Indagine sui Musei archeologici: sono “bellissimi e impossibili”

Se è vero, com’è vero, che la Penisola italiana è lo scrigno culturale dell’umanità, è altrettanto vero che una grande percentuale dell’immeso patrimonio d’arte che […]

Se è vero, com’è vero, che la Penisola italiana è lo scrigno culturale dell’umanità, è altrettanto vero che una grande percentuale dell’immeso patrimonio d’arte che conserva rigiarda beni molto antichi. Beni archeologici, disseminati nei vari siti e, soprattutto, nei musei: realtà queste di grande valore ma di fruibilità relativa perché “raccontate” male ai visitatori.

Più precisamente luoghi “bellissimi e impossibili” a sentire il pubblico intervistato nell’ambito dell’indagine “L’archeologia e il suo pubblico” condotta dal Centro Studi “Gianfranco Imperatori” dell’Associazione Civita e che verrà presentata nel corso del convegno omonimo lunedì primo febbraio nella Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini in Roma.
I dati parlano di una realtà complessa dove all’eccellenza dei reperti in mostra corrisponde un servizio museale quasi mai all’altezza. E la domanda che emerge non può che essere una. “Cosa farebbero altri – giapponesi o americani tanto per fare un esempio – se dovessero gestire tesori così importanti?”. Ovviamente la riposta non c’è. E se è innegabile che il patrimonio archeologico sia una ricchezza, non si può trascurare il fatto che la sua gestione, la “manutenzione” per dirla brutalmente, comporti costi rilevanti. Il nodo è tutto qui.

Passiamo ai dati dell’indagine che ha preso in esame sette fra le realtà nazionali più significative: i Musei Capitolini, il Museo dei Fori Imperiali nei mercati di Traiano, i Musei Nazionali Etruschi di Villa Giulia e di Cerveteri, l’area archeologica di Paestum, i Musei Archeologici Nazionali di Napoli e di Firenze.

L’aspetto quantitativo, condotto attraverso un questionario su 1.500 visitatori, rileva che:
il pubblico dell’archeologia è in prevalenza costituito da donne (56,4%), di età compresa tra i 25 e i 44 anni, con un buon livello di istruzione (il 37,1% è diplomato, più del 46% con una laurea) e di passione per la cultura, per lo più impiegati (25,2%), liberi professionisti (14,4%) e studenti (17,7%) oltre che disoccupati (10%) e operai (8,5%).

Nonostante il fatto che più della metà del campione (il 50,9%) dichiari di svolgere tali visite prevalentemente in città diverse dalla propria, non sono davvero pochi coloro che replicano la loro visita: per il 40,1% del pubblico intervistato si tratta, infatti, della seconda o terza visita, e il 14,7% si è recato in quello stesso musei più di tre volte. L’80% degli intervistati ha dichiarato di voler tornare nei musei appena visitati. Malgrado la differenza di dimensioni e tipologie dei casi considerati, risulta che una visita dura in media tra 1 e 2 ore (solo nel 22,4% dei casi si protrae oltre le due ore).  Più della metà degli intervistati (circa il 60%) visita il museo liberamente, preparando la propria visita su guide cartacee (il 39,1%), mentre il 20,7% ha usato le informazioni fornite dal web, dato che conferma l’importante rapporto che si sta creando tra web e musei.

La più grande soddisfazione viene percepita nei confronti delle opere e degli allestimenti (il 44,7% si dichiara “soddisfattissimo”, il 33,2% “molto soddisfatto”).

Fin qui le buone notizie.

Dati meno positivi provengono dai giudizi relativi alle modalità con cui i musei si comunicano. In genere appaiono dispersivi, sovraffollati di oggetti, complessi.

Giudizio piuttosto negativo è espresso nei confronti di pannelli informativi, guide e audio guide: quelli che si dichiarano poco o per nulla soddisfatti di questi servizi sono in media il 14%.

L’altro nodo rimane la quantità di opere esposte, la loro disposizione e la segnaletica a volte insufficiente e poco chiara per indicare il percorso museale.

Passeggiando per le sale dei nostri musei archeologici si ha quasi l’impressione che il visitatore si perda tra una miriade di oggetti, esposti in una maniera coerente dal punto di vista scientifico, ma che non tiene abbastanza conto della effettiva fruibilità da parte del pubblico, rischiando, in alcuni casi, di far apparire l’istituzione se non arrogante, sicuramente distante dalle esigenze dei visitatori.

Il risultato: i visitatori osservano poche opere e si soffermano su di esse un tempo relativamente breve.
L’indagine si propone di fornire uno strumento utile ad una fase della vita del  patrimonio nazionale in cui si comincia a ragionare in modo concreto sulle innovazioni da introdurre nei musei per favorire nuove strategie di valorizzazione.

La ricerca sarà pubblicata in un volume, edito da Giunti e correlato dalle considerazioni e dalle analisi condotte da insigni nomi dell’archeologia, da Adriano La Regina, curatore del volume, a Wolf-Dieter Heilmeyer, da Andrea Carandini e Alessandro Roccati a Eleni Vassilika e Marina Cipriani, nel tentativo di indagare le formule e le metodologie per comunicare l’archeologia.

Per offrire un saggio di quanto può essere affascinante l’archeologia a fronte di una comunicazione corretta, al termine dell’incontro di lunedì, quattro ospiti di eccezione condurranno altrettante visite guidate ciascuno ad un’opera a sua scelta conservate presso i Musei Capitolini:
Piero Angela presenta la Statua di Marco Aurelio,
Wolf-Dieter Heilmeyer, la Testa colossale di Costantino in bronzo col globo,
Adriano La Regina, la Lupa Capitolina
Claudio Parisi Presicce, il Bruto capitolino.

L’inizio delle viste è previsto tra le ore 18.30 e le 19.00 ed è riservato ai partecipanti del  convegno previa prenotazione al numero: 06.692050261.

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