Grandi Mostre: Monet, l’uomo e l’arte a Pavia

Ancora un impressionista alle Scuderie del Castello di Pavia, dopo il successo di “Renoir. La vie en peinture”, le dal 14 settembre al 15 dicembre 2013, di scena Claude Monet. “Monet au cœur de la vie” è l’esposizione curata da Philippe Cros promossa dal Comune di Pavia, prodotta e organizzata da Alef con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia e dell’Institut français di Milano

Una selezione di opere provenienti da musei di tutto il mondo per un viaggio dentro la vita del padre degli impressionisti, nella sua storia d’uomo e d’artista, nei suoi sessant’anni di pittura, fama, vagabondaggi e isolamento, alla ricerca dell’inafferrabile. Con “Monet il sogno diventa realtà” scriveva l’amico Ocatave Mirabeau, intendendo forse   quel qualcosa d’indefinito e universale che l’artista cercò per sempre, trovandolo, dopo un lungo girovagare, nel giardino della casa di Giverny, nei riverberi dello stagno delle ninfee, nello stormire del vento tra le foglie. Culmine di un viaggio che ci racconta che mai soffio fu meno fugace di quello lasciato da Monet sulla tela.

Un plauso all’idea di proporre la mostra non come asettica sfilata di capolavori, ma come viaggio nella vita stessa dell’artista, dell’uomo, che per oltre sessant’anni dipinse instancabilmente, dando vita a un lavoro che incarna la forma più pura di impressionismo ma che nel dissolvere la forma nell’evanescenza dell’emozione, della luce e del colore, porrà nei primi anni del Novecento la pietra miliare dell’arte moderna.

A raccontare la vita di Monet, raccontato sono le voci di sei personaggi chiave del suo percorso umano e artistico. Un inseguirsi d’incontri, successi e momenti difficili ricostruiti attraverso preziose lettere – provenienti dal Musée des Lettres e de Manuscrits di Parigi ed esposte in mostra –  in cui il pittore racconta se stesso e che vengono accompagnate da suggestive videoinstallazioni.

Si comincia con gli esordi della carriera artistica di Monet narrati da Adolphe, il padre, che ebbe con Cluade un rapporto piuttosto contrastato sia per la sua scelta professionale – soprattutto a causa delle sue idee indipendenti in contrasto con l’insegnamento dell’Accademia – sia per le sue scelte personali e sentimentali. “Se sono diventato pittore lo devo a Eugène Boudin”, dirà un affermato pittore a ricordo di quel maestro che segnò profondamente i suoi anni giovanili. E sarà proprio Boudin ad accompagnare il pubblico nella vita del giovane Monet, nei suoi primi esperimenti di pittura en plein air e in quelle scelte stilistiche in contrasto con l’accademismo imperante. A evidenziare questa influenza la mostra propone alcune importanti opere di Boudin.

Camille Doncieux, prima moglie e madre dei due figli di Monet, musa ispiratrice, amatissima compagna scomparsa a soli 32 anni, sarà la guida  nel periodo compreso  dal 1860 al 1879.Gli anni delle gite ad Argenteuil, delle passeggiate lungo la Senna e al mare, durante le quali il pittore metteva a punto la sua continua sperimentazione sulla luce, sull’acqua, sulle atmosfere. Ma per gli impressionisti il successo non fu approdo semplice ed anche Monet attraversò momenti densi di frustrazione tra difficoltà economiche, le avversità dei critici, i rifiuti dei Salons, troppi legati al classicismo per capire l’enorme portata di ciò che stava accadendo nell’arte. Testimonial di questo periodo è raccontato è uno dei più grandi sostenitori di Monet: Georges Clemenceau, il politico francese – primo Ministro dal 1906 al 1909 e dal 1917 al 1920 – con cui l’artista strinse una forte amicizia soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Fu proprio Clemenceau, nel 1921, a commissionare a Monet le celebri Ninfee per l’Orangerie, definite la “Cappella Sistina dell’Impressionismo”.

A corredo delle opere in mostra una chicca assoluta: il celebre articolo – prestato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma – di Louis Leroy apparso sulla rivista Chiarivari del 25 aprile 1874 in cui comparve per la prima volta, in senso spregiativo e fortemente critico, il termine “impressionisti”.

Il racconto prosegue con Alice Hoschedé, seconda moglie di Monet, che narra al visitatore dei viaggi intrapresi dall’artista per la continua ricerca di stimoli, ispirazioni e soggetti nuovi da riprodurre, come il soggiorno in Norvegia per la ricerca e lo studio degli effetti della neve. Per quanto in questo periodo – dal 1880 al 1895 – siano nati i più grandi capolavori del Maestro, Monet era continuamente insoddisfatto dei suoi lavori e dei luoghi che visitava. Sono gli anni, in cui l’artista abbandona quasi del tutto la rappresentazione della figura umana per concentrarsi sul tema propriamente impressionista del paesaggio, con particolare interesse verso l’alone luminoso che circonda la natura. È proprio in questo periodo che Monet comincia a dipingere le celebri “serie” in cui il ruolo della luce diventa fondamentale per la composizione dell’opera come dimostrano Waterloo Bridge (Il ponte Waterloo) (1900) e la suggestiva Cathédrale de Rouen (La Cattedrale di Rouen) (1894), protagoniste di questa sezione.

La lunga parabola di Monet culmina a Giverny, e qui il percorso espositivo trova nelle parole di Blanche Hoschedé, figlia di Alice e unica allieva di Monet il racconto di un uomo rappacificato ma pur sempre attento a cogliere nella tranquilla magia del suo giardino i minimi palpiti della luce. Blanche con la quale il pittore instaurò un rapporto molto stretto nell’ultimo periodo (1914 – 1926) racconta al pubblico dell’amore ossessivo di lui per quel luogo, delle loro uscite per dipingere insieme in campagna e dei primi sintomi della cataratta che modificarono sensibilmente la vista, e quindi anche la percezione dei colori, di Monet. Alcune tele di Blanche esposte in questa sezione mostrano come il suo stile impressionista sia strettamente imparentato con quello del Maestro.

Negli ultimi la dimora di Giverny diventò per Monet la sua unica fonte di ispirazione: un giardino meticolosamente curato in cui decise di far costruire anche un ponte giapponese, testimonianza del suo interesse verso l’arte del Sol Levante, perfetta nel rappresentare l’effimero, l’attimo fuggente, gioioso o doloroso che i giapponesi chiamano “Ukyio-e”. In mostra una serie di preziose stampe di celebri artisti come Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige sottolineano questa straordinaria affinità. Per tutta la durata dell’esposizione sono in programma una serie di eventi collateraliper adulti e bambini. www.scuderiedipavia.com (g.m)

 

IL FILMATO GIVERNY 1915

L’artista aveva 74 anni, il filmato lo immortala mentre stava lavorando accanto al suo stagno delle ninfee nel giardino di Giverny. Il filmato fu girato dal drammaturgo Sacha Guitry per sostenere il morale dei francesi durante la Grande Guerra. Il messaggio era un’affermazione di orgoglio: Ceux de Chez Nous (Ecco i nostri)

 

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