Grandi mostre: Il volto del ‘900, a MIlano

Il Volto del ‘900. Da Matisse a Bacon
I grandi Capolavori del Centre Pompidou dal 25 settembre al 09 febbraio 2014
Palazzo Reale, Milano. Una mostra promossa dal Comune di Milano, prodotta da Palazzo Reale con MondoMostre e Skira editore in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi e curata da uno dei suoi conservatori, Jean-Michel Bouhours

Renè Magritte nel 1945 dipinge una nuova versione de Lo Stupro e la donna – che nei suoi dipinti appare sempre nuda quanto casta perché è il male a presentarsi vestito, è il male che ha bisogno degli abiti della rispettabilità  – ritrova il suo corpo smembrato, dove volto e corpo si sovrappongono “i seni ti guardano, il naso si atrofizza fino a diventare l’ombelico, la bocca-pube sembra distorcersi in una smorfia torturata – lungi da essere la spiritualizzazione del corpo – è questa l’umiliazione dell’oggetto sessuale: accecato, sordo e muto” scrive l’artista. E nel voler rappresentare l’umiliazione, il belga realizza l’emblema di tutto quello che il ritratto non era prima del ‘900, di tutto quello che è diventato. Da narrazione del soggetto, racconto, magari lusinghiero, delle virtù del committente; il ritratto diventa per gli artisti il medium per  esprimere concetti più ampi, ragioni filosofiche, sociali, metafisiche, psicologiche o anche solo estetiche. Non a caso Lo Stupro è l’immagine guida della mostra curata da Bouhours.

Un percorso attraverso ottanta ritratti del XX secolo a raccontarci quello che sembra un paradosso: “L’invenzione della psicoanalisi, la negazione dell’individuo con i regimi totalitari, l’annientamento dell’identità nei campi di sterminio nazisti, la generalizzazione della fotografia, l’immersione dell’Io da parte di uno pseudo-immaginario collettivo creato dai media: a questo contesto sociale – scrive Bouhours occorre aggiungere il ruolo dell’arte, la spinta all’astrazione, la perdita del soggetto nell’ideale collettivo delle avanguardie: tutto sembra concorrere all’idea dell’arrivo di un mondo senza più volti […] E nonostante questo, cresce all’epoca una sorta di frenesia a farsi fare il ritratto, come per far entrare se stessi in una vertigine di ubiquità e di istantaneità dettate dai media contemporanei: l’immagine della propria immagine si è imposta”.

La confutazione del principio di oggettività a favore dell’affermazione di uno status il filo rosso che lega gli artisti in mostra, che riannoda l’arte del secolo. Fauve, cubista, futurista, surreale, il ritratto nel ‘900 è un manifesto estetico che è riuscito a sbarazzarsi dei suoi obblighi nei confronti del modello. Trascende la forma e la trasfigura perché nel secolo breve non ci sono prìncipi da compiacere ma la delusione della storia, la violenza, la crudeltà e la tragedia dell’umanità contemporanea.

Cinque le sezioni che compongono il percorso espositivo. Si parte col “mistero dell’anima” in un disvelarsi
dell’ambizione degli artisti di leggere la parte oscura del sè. Yvette con vestito a quadri (1907-1908) di Auguste Elysée Chabaud, Il rossetto (1910) di Kupka, Odalisca con i pantaloni rossi (1921) di Henri Matisse, La camicetta rossa (1925) di Pierre Bonnard, Ritratto di Dédie (1918) di Amedeo Modigliani sono i ritratti di donne che rimangono nella memoria, per la loro forza espressiva e l’intensa valenza psicologica. Accanto i ritratti maschili, innovativi per la posizione del soggetto, l’indefinitezza dei tratti o la postura come il Roland Tual (1921-1922) di André Masson, Ritratto di un francese (1933) di Max Beckmann, Ritratto di Fernand Fleuret (1907) di Emile Othon Friesz, Il dottor Robert le Masle (circa 1930) di Suzanne Valadon.

Segue una bella sfilata di autoritratti, talvolta indimenticabili:  il futurista Gino Severini (1912) il ritratto cubista di Francis Bacon (1971), quello cupo e severo di Robert Delaunay (1909) e quello angoscioso di Zoran Music (1988), emerge fortemente la ricerca degli artisti di scardinare il consueto ritratto per portare alla luce qualcosa di pregnante della propria differente personalità.

La somiglianza, concetto per secoli insito al ritratto, viene definitivamente rifiutata e il volto umano diventa strumento di un linguaggio visivo “altro”, e se i cubisti vengono visti in qualche modo degli snaturati (e contro Dio, che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza) anche nella scultura il volto umano emerge da forme decisamente insolite, ma di grande impatto visivo come Testa (1915) di Jacques Lipchitz, Testa appuntita (1930 circa) di Julio Gonzalez, L’imbecille (1961) di Max Ernst, le due Maschera (dopo il 1939) di André Derain, la scultura in bronzo Jeannette IV (1911) di Henri Matisse.

E il mito grace delle bellezza ideale è andato in frantumi, sotto le pennellete cubiste o nella dissoluzione delle forme di Bacon e di Giacometti che producono figure sempre sul punto di rompersi, fatiscenti o destrutturate. “Collasso dell’essere”, dirà Jean Clair.
Ma il ‘900 è anche il secolo della fotografia, e la mostra non poteva non tenerne da conto. E così, se in qualche modo il ritratto fotografico ha usurpato il potere della pittura, grazie ad una garanzia di “obiettività”, la pittura nel rifiutare questo principio a favore dell’affermazione della propria identità mette in posa il soggetto ma – nel nome della qualità del dipingere – sovverte tutte le prospettive. La sezione finale della mostra regala un colpo d’occhio su alcune opere di grande perizia formale, dove gli artisti fanno a gara nel far emergere la personalità del soggetto.
Ecco allora il Ritratto di Erik Satie (1892-1893) di Suzanne Valadon, André Rouveyre (1904) e Nudo su divano (1912) di Albert Marquet, Kizette al balcone (1927) di Tamara de Lempicka, Ritratto della Baronessa Gourgaud (1924) di Henri Matisse, Ritratto di Lucie Kahnweiler (1913) di André Derain sino ai più recenti Stravinsky (1974) di Erro, Arne (1999-2000) di Chuck Close e una vera e propria galleria di “scoperte” con dipinti di autori meno conosciuti ma straordinari. (a.d)

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