Firenze, meraviglie in avorio per la prima grande mostra sulle “diafane passioni”

Diafane Passioni. Avori barocchi dalle corti europee. Firenze, Palazzo Pitti, Museo degli Argenti
16 luglio – 3 novembre 2013. Una mostra curata da Eike D. Schmidt e diretta da Maria Sframeli, direttrice del museo fiorentino

Un’arte principesca quella della lavorazione dell’avorio, apprezzata e ricercata dalle corti europee sin dalla metà del Cinquecento, e nei due secoli successivi, come una delle massime forme di espressione artistica. I più importanti scultori barocchi, sia in Italia sia in Europa e fino alle colonie portoghesi e spagnole, si cimentarono con questa tecnica raffinatissima e difficile, improvvisamente rinata dopo l’età gotica, una tecnica che univa alla perizia estrema la preziosità della materia prima che tanto ricordava l’incarnato umano. Anche un sovrano sperimentò con l’avorio la sua vena plastica, lo zar Pietro il Grande ed anche con un certo talento. Ma nel vecchio Continente la vera gara tra imperatori e granduchi, papi e principi, alti prelati e ricchi banchieri era a contendersi l’opera dei maestri scultori per accrescere le collezioni di capolavori eburnei, che andavano dagli esemplari figurativi ai tour de force torniti che univano al piacere del capriccio visivo il rigore scientifico del calcolo matematico.

E l’Italia giocava un ruolo chiave. Le zanne dell’elefante arrivavano in Europa attraverso i porti di Venezia, Genova, e Napoli, con Roma i centri principali della lavorazione della preziosa ed esotica materia e fu a Firenze fra il XVII e XVIII secolo che si formarono le prime collezioni di avori di epoche passate, e proprio qui si pubblicarono i primi studi dedicati agli avori medievali.

Sempre a Firenze con Ferdinando I de’ Medici (il mecenate cui gli Uffizi dedicano proprio in questo periodo una bella mostra per i 400 anni dalla morte) ebbe inizio una delle più spettacolari collezioni di avori in Europa, che continuò ad arricchirsi fino al tramonto della dinastia, raggiungendo numerose centinaia di esemplari. Una raccolta straordinaria che per quantità, per qualità ed importanza storico artistica raggiunse livelli pari solo a quelli della corte imperiale di Vienna e di quella principesche di Dresda e di Monaco.
Coppe e rilievi, composizioni mitologiche e scene di genere, santi e ritratti di principesse, scarabattole e torri tornite: ogni aspetto dell’arte figurativa e astratta è riflesso nell’arte eburnea raccolta a Firenze.
La maggior parte degli avori dei Medici si trovano ora nel Museo degli Argenti a Palazzo Pitti, e costituiscono una delle grandi attrazioni nelle sale del pianterreno.

Opere che rappresentano il nucleo della mostra cui si aggiungono esemplari provenienti dai più importanti musei stranieri e ad altri avori mai visti prima, custoditi in collezioni private. Il tutto per un percorso in 150 oggetti che traccia l’arte dell’avorio dal Quattrocento, quando catturò l’attenzione di Lorenzo il Magnifico, al maturo Rinascimento, fino all’esplosione del Barocco con opere degli scultori fiamminghi e tedeschi più famosi del periodo, da Leonhard Kern a François du Quesnoy, da Georg Petel a Balthasar Permoser.

Spiega la direttrice del museo degli Argenti, Maria Sframeli: “È un’esposizione senza precedenti che ha dovuto necessariamente fare i conti con le inevitabili difficoltà di movimentazione di questo genere di oggetti, tanto straordinari quanto fragili e soggetti oggi, fortunatamente, a una disciplina di tutela mai troppo severa, certo assolutamente impensabile per gli antichi collezionisti di oggetti ‘strani’ per virtuosismi espressivi o per materiali, destinati alle ‘stanze delle meraviglie’. Ed è in quest’ottica che si è voluto includere in catalogo il bellissimo contributo di Detlef Heikamp e Michiel Roscam Abbing, incentrato su una ‘elefantina’ che negli anni Trenta del Seicento arrivò dall’India attraverso i Paesi Bassi, che erano allora i porti di approdo dal lontano Oriente; ammaestrata e portata in giro per l’Europa a mostrare al pubblico incredulo le sue prodezze. Aveva un nome che in olandese suona come Hansken (Giannina tradotto in italiano) e fu raffigurata da Rembrandt e Stefano della Bella. Arrivò anche a Firenze, dove morì; e siccome costituiva una rarità eccezionale in quel periodo, il corpo fu voluto dal Granduca e il suo scheletro si trova ancora al Museo della Specola”.

La mostra, che sicuramente attrarrà un pubblico di studiosi e di colti appassionati del genere,  si rivolge anche a un pubblico più vasto, che, prosegue Sframeli: “Non potrà non rimanere affascinato dagli straordinari virtuosismi proposti dagli avori, così come non potrà non acquisire consapevolezza della assoluta (e in questo caso auspicata) irripetibilità di tali oggetti, tenendoli quindi nella considerazione che meritano. Il privilegio di poter ammirare tali meraviglie era un tempo riservato esclusivamente a pochi eletti, oggi esse sono patrimonio del mondo intero”. (www.polomuseale.firenze.it) (a.d)

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