Ettore Mo: intervista a una delle firme storiche del Corriere della Sera

L’intervista di Matteo Trucco a una delle penne più amate d’Italia. Ecco cosa vi racconta Ettore Mo…

Se si volesse parlare di giornalismo, quello vero, autentico, il giornalismo che fornisce le notizie direttamente dai luoghi dove avvengono i fatti, in presa diretta come si suol dire, non si può prescindere dal prendere in considerazione l’opera di uno dei più grandi giornalisti italiani del XX secolo, inviato speciale sui palcoscenici degli avvenimenti più importanti che hanno caratterizzato la Storia del secolo scorso.

Non si può parlare del vero giornalismo fatto “con la suola delle scarpe” senza parlare di Ettore Mo, borgomanerese, classe 1932, inviato del Corriere della Sera e una delle firme di esso più prestigiose.

L’ho incontrato nella splendida cornice di Dagnente, minuscola frazione di Arona che si affaccia sulle acque cristalline del Lago Maggiore, in una cornice da favola. L’ho incontrato in uno dei luoghi da lui prediletti, l’osteria “Arca di Noè”, perché Ettore, così come mi ha chiesto di chiamarlo, non signor Ettore o signor Mo, è un uomo che ama stare con la gente e tra la gente, le persone semplici, di ogni giorno, dialogando con loro, guardandoli negli occhi. E con questa disarmante semplicità, di fronte ad un bicchiere di buon vino, mi ha raccontato momenti di una vita speciale, in giro per il mondo. Un bagaglio di cultura e una carica di umanità che è difficile trovare altrove.

Bastano poche parole per descrivere la personalità e il talento di Ettore Mo: giramondo tra Parigi, Stoccolma, Amburgo, Madrid, Roma e Milano. Nel 1962 diventa corrispondente del Corriere della Sera presso la sede di Londra, nel 1979 riceve il primo incarico come inviato speciale in Iran, e da lì a poco si reca in Afghanistan, Paese per il quale nutre un amore particolare e profondo e di cui diventa uno dei maggiori conoscitori ed esperti. Risale al 1981 il primo incontro con Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panshir, di cui ha detto: « Per me era un amico. Lo uccisero due giorni prima dell’attacco alle Twin Towers. I suoi amici mi raccontarono che la sera prima di morire aveva parlato loro di Dante e Hugo. Aveva insegnato loro la guerra, ma anche la poesia. »

Ettore Mo ha vissuto in prima persona vicende significative della politica estera mondiale, in quanto per un giornalista della sua stoffa, ciò che è importante è essere sul posto, “sul campo”, dove accadono i fatti.

Si è spesso occupato di musica e teatro e ha realizzato una delle ultime interviste a Pavarotti.

Il 15 luglio del 2003, a Roma, su iniziativa del Presidente della Repubblica, riceve l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.

 

Al giorno d’oggi sembra impensabile riuscire a fare quello che hai realizzato in un’intera vita dedicata al giornalismo? Qual è stata la molla che ti ha spinto ad intraprendere il tuo percorso, di vita e professionale?

Ho sempre avuto la bellissima ambizione di scrivere. L’ho coltivata fin da ragazzo, anche se, oltre al giornalista, sognavo di fare il tenore. A me è sempre piaciuto raccontare, scrivere delle storie, e tutto questo mi è stato possibile grazie al fatto di aver girato il mondo, di averlo conosciuto in tantissime sfaccettature e realtà multiformi. Un bellissimo viaggio è stato quello che ho compiuto, lavorando a bordo di una nave della compagnia Orient Lines che compiva il giro del mondo. Lo feci per due volte in 10 mesi. Un ricordo ancora oggi stupendo!

 

 

Il tuo è sempre stato un giornalismo fatto, come si suol dire, “con la suola delle scarpe”, viaggiando e documentando tutto ciò che hai visto in maniera autoptica. Pensi che sia ancora possibile fare giornalismo in questa maniera al giorno d’oggi?

Credo che sia ancora possibile fare questo tipo di giornalismo, anche se si tratta di una scelta a proprio rischio e pericolo. Tuttavia sono esperienze che fortificano e che aiutano ad affrontare le difficoltà, senza mai mollare. La conoscenza del mondo e dei fatti che accadono arricchisce enormemente una persona e le dona grande sicurezza.

 

 

Qual è stata la tua maniera di fare giornalismo?

Ho sempre avuto una particolare predilezione per il racconto di storie particolari che potessero solleticare l’interesse dei lettori e stimolarne la curiosità. Mi sono dedicato ad un giornalismo che si potrebbe quasi definire marginale, perché era rivolto a raccontare il contatto che instauravo con la gente semplice, sconosciuta, non con le grandi personalità. Ricordo ancora oggi una scena a cui assistetti anni fa in Perù che mi sembra quasi il simbolo di queste “storie dimenticate”. Si trattava una rievocazione storica che prevedeva uno scontro, non cruento, tra un condor e un toro, ovvero gli animali simbolo della nazione peruviana e di quella spagnola, emblemi di due forze contrapposte. Questo combattimento simboleggiava ed esprimeva il forte sentimento nazionalistico e di autonomia del popolo peruviano nei confronti dei conquistadores spagnoli.

 

 

Sei uno dei più grandi conoscitori dell’Afghanistan. Come descriveresti questo Paese martoriato da decenni di guerre e che futuro pensi gli si prospetti?

In tanti momenti della sua storia millenaria, molti hanno cercato di sottomettere questo popolo, senza mai riuscirci. È un Paese, ancora oggi, fortemente tribale ma che ha una capacità unica di coesione di fronte ad un pericolo comune. Si tratta di gente indomabile, che nasce con le armi in mano, addirittura i bambini stessi. E non vogliono più la presenza straniera sul loro territorio, solo così sarà possibile per l’Afghanistan riuscire a ricostruire il proprio presente e programmare il futuro.

 

 

Hai conosciuto i grandi nomi e le grandi firme del giornalismo italiano del XX secolo. Di chi conservi un ricordo particolare?

Conservo un bellissimo ricordo del grande cronista Egisto Corradi, il più grande inviato di guerra italiano, con il quale ebbi modo di collaborare al Corriere della Sera. Fece la Campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale e raccontò gli eventi a cui prese parte con quella grande sobrietà di scrittura che gli era propria. Fu un vero maestro per me, al quale chiesi una “benedizione” particolare proprio perché da un inviato del suo spessore si poteva solo imparare. Si trovava sempre sul posto, verificava di persona le notizie, e ha sempre agito con piena onestà intellettuale. Parlando con lui ebbi modo di dirgli una volta: “Tu sei Re Artù e io il cavaliere della tua tavola rotonda”.

Ovviamente ho un bel ricordo anche di un altro grande maestro, Indro Montanelli, il quale mi voleva un gran bene. Un giorno, alla sede del Corriere della Sera a Milano, mi vide uscire in maniera del tutto casuale dalla stanza dei computer al terzo piano di Via Solferino, e lui, avverso a queste nuove tecnologie, mi rimproverò bonariamente apostrofandomi: “Tu, questo, a me, non lo dovevi fare”, al quale con risposi sorridendo: “Maestro, non l’ho fatto”.

Erano grandi giornalisti, ma soprattutto grandi uomini.

 

 

Il viaggio che ti ha lasciato le impressioni più profonde?

Sicuramente ogniqualvolta sono stato in Afghanistan. Ho vissuto veramente alla maniera di un afgano e nonostante fossi uno straniero sono sempre stato trattato con grandissimo rispetto. Come ho già avuto modo di dire, è un Paese davvero straordinario, abitato da gente che ha sofferto molto e che è sempre stata abituata a lottare.

 

 

Come giudichi il modus operandi del giornalismo italiano al giorno d’oggi?

È prevalentemente un giornalismo di “agenzie”. Le tecnologie sicuramente aiutano, ma al contempo sfavoriscono chi prima andava letteralmente in giro alla ricerca di notizie. Oggi questo tipo di ricerca non la fa quasi più nessuno.

Io, oltretutto, ho avuto il grande privilegio di andare in giro accompagnato da un fotografo. Documentavo veramente in presa diretta.

 

 

Quale consiglio daresti a un giovane che volesse ripercorrere il tuo cammino professionale?

Partire e andare in Paesi che affascinano, la cui storia e le cui vicende offrono spunti importanti per scrivere, e raccontare.

 

 

Ancora oggi sei sempre in giro per il mondo? La prossima tappa?

Ancora non lo so, spesso un inviato è considerato tale solo quando si reca in posti lontani, ma non è una regola fissa. A volte spunti interessanti su cui costruire la nostra professione li troviamo anche più vicini a noi di quanto siamo soliti immaginare.

 

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