Bruno Munari, una mostra imperdibile al Museo del Novecento

“Munari politecnico”, al Museo del Novecento dal 6 aprile al 7 settembre 2014. Una mostra curata da Marco Sammicheli con allestimento di Paolo Giacomazzi

Definire Bruno Munari (1907-1998) genio poliedrico sembra persino banale, ma resta il fatto che nelle sua lunga attività ha sperimentato tutto ciò che poteva, si è avvicinato a tutti i media, ha usato tutti i linguaggi possibili, ha parlato ai bambini e a ha chi aveva perso la vista, ha invitato gli adulti a sorridere e i professori a tornare bambini, la gente comune a porsi degli interrogativi e la

scultura da viaggio

scultura da viaggio

critica a porsene meno, invito lieve a godere di quel mondo delle possibilità che le sue opere finiscono sempre per evocare. “Con un po’ d’ironia, a nostra volta, potremmo dire che il suo mondo ideale è un asilo-nido per adulti”  (Giulio Carlo Argan, 1979).

Ma Munari rimandava un messaggio ancora più diretto: “Il compito dell’artista è quello di comunicare agli altri uomini un messaggio poetico, espresso con forme, con colori, a due o a più dimensioni, con movimento; senza preoccuparsi a priori se quello che verrà fuori sarà pittura o scultura o un’altra cosa ancora (come le macchine inutili o le proiezioni) purché contenga questo messaggio e purché questo messaggio parli, si faccia capire da un minimo di persone“, diceva, ed era il 1957, l’anno delle forchette parlanti.

Efficace e affettuoso, il ritratto che ne fa Alessandro Mendini nel 1979: “C’è un piccolo attico in via Vittoria Colonna a Milano, c’è un tavolo di lavoro ordinatissimo, c’è una collezione di piante in miniatura alla maniera giapponese. Si tratta della stazione trasmittente dalla quale Munari – egli stesso uomo miniatura – emette verso il mondo in quantità idee visuali di ogni tipo. Un lavoro dimostrativamente svolto in letizia, una attività ludica applicata alle cose minimali, un finto disimpegno per gli oggetti sostanziali, l’esile mania dell’effimero, il mestiere sapiente di un astuto giocoliere. Datemi quattro sassi e una carta velina e vi farò il mondo delle meraviglie. E’ possibile tutto questo in un mondo, in una realtà fatta tutta di violenza? Munari dice di sì, lavorando a tu per tu con il qui pro quo“.

Probabilmente, anzi quasi certamente, non siamo riusciti a rendere l’idea di Munari a chi (ma sono pochissimi) non ne conosce l’opera. Pochi fortunati, come quelle scolaresche che guarderanno con stupore e divertimento la mostra al Museo del Novecento.

12658818685_a037e6819a_zLa mostra vuole essere il racconto di un intellettuale che ha avuto un ruolo determinante nell’arte italiana e europea nel corso del XX secolo e ne suggerirà la poetica attraverso le opere raccolte dai due collezionisti Jacqueline Vodoz e Bruno Danes, alle opere della collezione del Museo del Novecento e quelle dell’ISISUF -Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo e ancora, altre in arrivo da collezioni private.

La fantasia è una capacità dello spirito capace di inventare immagini mentali diverse dalla realtà dei particolari o dell’insieme: immagini che possono anche essere irrealizzabili praticamente. La creatività invece è una capacità produttiva dove fantasia e ragione sono collegate, per cui il risultato che si ottiene è sempre realizzabile praticamente”. Così Bruno Munari raccontava l’origine e il senso del proprio talento: un’attività che nasceva dalla fantasia per approdare nella realtà dando vita alla “cultura del progetto” contemporanea.

L’obiettivo di “Munari politecnico” è proprio quello di rivelare la matrice artistica dell’ispirazione di Munari, rileggendo la collezione Vodoz – Danese e ponendola in dialogo con alcuni artisti che hanno condiviso i momenti originari della sua ispirazione, come Gillo Dorfles e Carlo Belloli. Dal percorso espositivo emerge poi chiaramente anche il legame di Bruno Munari con Milano, i caffè, Brera, gli atelier e le gallerie d’arte, luoghi di studio e di scambio nei quali si condividevano riflessioni e ricerche.

In separato dialogo con la mostra principale, un focus è dedicato all’opera fotografica, in parte inedita, di Ada Ardessi e Atto, che per oltre quarant’anni hanno documentato il percorso creativo di Munari. Il titolo di questa mostra nella mostra è “Chi s’è visto s’è visto”, locuzione usata dall’artista per sovvertire il rapporto tra la rappresentazione del sé, la dimensione visuale del ritratto e le sue apparenze.
Ad accompagnare l’esposizione è un corposo programma di attività collaterali – conversazioni e incontri con artisti, storici e critici dell’arte – che culmineranno nella giornata internazionale di studi su Bruno Munari in programma il 3 giugno con studiosi provenienti da tutto il mondo. www.museodelnovecento.org

 

 

 

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