Bronzi di Riace, il lifting e il lettino dello psicanalista

I bronzi di Riace sdraiati sul lettino in una sala del Consiglio regionale della Calabria in attesa di un museo adeguato, di una collocazione consona e di un pubblico numeroso che tonri a vederli nella posizione che meritano…

I venditori di prodotti tipici calabresi, per intenderci quelli che troviamo nei mercati di tutta Italia a spacciare salami, peperoncini, dolcetti al bergamotto e marmellate alla cipolla di bronzi-di-riace-calabriaTropea, hanno individuato, nel loro semplice ragionamento “da bottega”, il valore del brand “Bronzi di Riace”. Sarà kitsch quanto vorrete ma tanto per rafforzare l’immagine della nduja e della calabresità, i cartonati a dimensioni umane dei magnifici guerrieri ellenistici, piazzati lì, ai lati del banchetto, la loro bella figura la fanno tutta. D’accordo è molto kitsch e tanto dovrebbe bastare a boicottare il bottegaio che ha avuto la geniale idea. Ma almeno, diciamocelo senza ipocrisia, i bronzi così servono a qualcosa. Fanno tristezza, è innegabile. Sembrano quei cantanti anni ’60 che, dopo aver scatenato le piazze e immemori del fatto che accadeva 50 anni fa, con la stessa enfasi si giocano le ultime carte tra un revival da Carlo Conti e una patronale. Perdonate la blasfemia, trattandosi nello specifico di rappresentazioni sovrumane (non quelle dei cantanti, il riferimento è ai bronzi) realizzate da quell’artista (o da quegli artisti) di duemilacinquecento anni fa non pensando agli uomini, ma alla divinità degli eroi, tanto belli che pure le loro proporzioni non sono umane: due metri d’altezza, gambe lunghissime, un torso modellato per appagare l’immaginazione più che la fisiologia muscolare.

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Poi dopo aver lustrato lo sguardo di chissà quanti uomini (e donne), capita di finire sott’acqua, e lì restare per i rimanenti duemilacinquecento anni, a otto metri sotto il pelo di un Mediterraneo che intanto vive, e vede gli uomini dediti alle attività di sempre: ammazzarsi e commerciare. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, millennio dopo millennio. E vede altri guerrieri fronteggiarsi, altre navi annegare: a centinaia, a migliaia. E i bronzi sempre laggiù, nello Ionio, avviluppati nella loro coperta di sedimenti che li protegge dal mondo e impedisce al mare di compiere la distruzione, stesi sulle loro membra possenti, a neppure trecento metri dalle coste di Riace. Riace? Dov’è? Si chiese il mondo in quell’agosto del 1972 quando il giovane sub Stefano Mariottini, intravide tra le praterie di posidonia quel braccio spuntare dal fondo. Era l’arto sinistro del bronzo A, quello un po’ più alto, quello un po’ più giovane…

Bronzi_di_riace_ritrovamento-copyright Ernesto FRANCO Bivongi

Il resto è storia: il delicato recupero, i primi difficili e lunghi restauri poi, nel 1980 l’esposizione a Firenze, e a Roma per il pellegrinaggio della folla; l’Italia che rimane stregata da tanta bellezza, e il mondo che ci guarda con invidia e la solita vena d’insopportabile quanto ben riposto scetticismo. Gli studiosi ci raccontano chi potevano essere A e B (Tideo e Anfiarao?) quali le sapienti mani che ne plasmarono le forme ultra-terrene, le ipotesi si accavallano, nessuno è d’accordo con l’altro mentre la carne dei due guerrieri comincia a mostrare nuovi segni di corrosione. E allora arrivano altri interventi di restauro mentre il museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria riserva loro una sala a clima controllato con l’umidità al 40-50% e la temperatura compresa tra i 21 e i 23 °C. Sembra una buona sistemazione. Ma non c’è pace per gli eroi, e mentre il vecchio museo progettato da Marcello Piacentini si rifà il look, un nuovo restauro high tech è destinato a restituire l’eternità ai bronzi. E’ il 2009, il restauro si completa nel 2011, in tempo per le celebrazioni dei 150 anni dell’Italia, anche il museo doveva essere pronto per quella data, ma non accade. E allora niente di meglio che prendere i due giganti e adagiarli su lettini ortopedici all’interno di una delle sale-laboratorio della sede del Consiglio regionale della Calabria. E lì stanno.

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Reggio_calabria_museo_nazionale_bronzi_di_riaceProprio nelle settimane scorse, il ministro Massimo Bray aveva assicurato che i lavori per il museo potranno giungere a compimento. Si parla del 2014, e solo allora, forse, i guerrieri potranno tornare in piedi, sulla loro base antisismica potranno continuare a svolgere il compito per il quale furono creati: farsi ammirare in tutta la loro imponente bellezza. Bellezza umana e ultraterrena, dunque sovrumana, muscolare ed eroica, palpitante e distaccata come quella degli dei.

 

Bella fortuna aver trascorso duemilcinquecento anni sotto il mare per riemergere nell’età dell’incuria. Bella soddisfazione ricevere le attenzioni dei migliori restauratori del mondo e ritrovarsi a custodire nduja al mercato; bella frustrazione essere l’invidia del mondo ma non poter far nulla perché la terra cui appartieni tragga benefici dalla tua presenza; bella gratificazione essere stati concepiti per ispirare gli eroi e ritrovarsi supini… “ Se A e B parlassero questo solo potrebbero dire, e magari chiedere un incontro dallo psicanalista, il lettino, d’altronde, già c’è…

 

(Antonella Durazzo)

 

 

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