Brera: Mantegna e Bellini “diretti” da Ermanno Olmi

Milano: il Cristo morto di Andrea Mantegna e la Pietà di Giovanni Bellini: due capolavori del Rinascimento, due delle opere più commoventi dell’arte d’ogni tempo incontrano Ermanno Olmi ed un nuovo allestimento alla Pinacoteca di Brera. E oggi, per l’inaugurazione, eccezionalmente l’ingresso è gratuito

Tornati alla visione del pubblico dopo un mese, il Cristo morto di Andrea Mantegna (148) e la Pietà di Giovanni Bellini (1460), certo tra i tesori più preziosi custoditi a Brera, trovano nella sensibilità di Ermanno Olmi una nuova visione. Una visione, questa è la promessa, che nel restituirgli l’adeguata evidenza “tiene conto non tanto e non solo dei valori emozionali di questi due straordinari dipinti, ma che si delinea anche secondo un’attenta valutazione dei dati storici e di quelli compositivi, con particolare attenzione ai valori prospettici, luministici, cromatici e iconografici, oltre che alle problematiche conservative”.

Il dipinto del Mantegna lo ritroveremo – da solo – sul fondo di una saletta, anticipato, quasi creando un effetto “sorpresa”, dalla Pietà di Giovanni Bellini. Che i due artisti fossero cognati è 700px-Andrea_Mantegna_-_The_Dead_Christsolo un caso, l’allestimento infatti vuole presentare la pittura veneta del Quattrocento in una visione compatta, creando un ideale dialogo tra i due dipinti dove il tema comune del compianto sul Cristo morto trova espressioni diverse. Scabro il Mantegna, più sentimentale Bellini, ma entrambi dotati di una carica drammatica dirompente, quella che con il suo linguaggio essenziale – e non poteva essere diversamente –  il progetto di Ermanno Olmi ha inteso valorizzare.

 

Mantegna ci disorienta mostrandoci né più né meno che la morte, e tutto il brutto della morte. A un pubblico abituato a contemplare Gesù agonizzante con tratti ancora eroici e di nobile bellezza, come se gli artisti avessero sempre voluto dirci che non è della morte di un uomo qualsiasi che si tratta, Mantegna ci mostra qualcosa di molto simile al tavolo di un obitorio dov’è adagiato un corpo pallidissimo dalla testa, troppo grande, abbandonata su un lato. La cassa toracica segnata dalle lacerazioni sembra stranamente gonfia, le ferite su mani e piedi sono aperte e asciutte, la muscolatura possente non ha nulla di ascetico mentre in primo piano l’artista ci mostra i piedi. La sensazione del peso, del “corpo morto” sembra voler togliere al soggetto ogni aura di santità, ogni possibilità di resurrezione sembra in questo momento non contemplata, il figlio di Dio è morto e in quanto tale lo piangono Maria , Giovanni ( il discepolo favorito ) e Maria Maddalena (con questa s’identifica la terza presenza umana , la più lontana, appena percepibile). Sono vicini al cadavere, vicinissimi, quasi schiacciati contro quel corpo, hanno la bocca aperta in una smorfia che mescola orrore e dolore un clima di sofferenza che Mantegna accentua usando una gamma limitata di colori: i rosa, i grigi, gli azzurri polvere. Un dipinto crudo e rivoluzionario, insolito ancora oggi. Il progetto studiato da Olmi (guarda fotogallery) sottolinea il significato profondo del Cristo morto, dipinto destinato probabilmente alla devozione personale del pittore, dal momento che risulta registrato nel 1506 fra le opere presenti nel suo studio poco dopo la sua morte, quale unico dipinto non in fase di lavorazione.027pieta

 

 

Anche La Pietà di Giovanni Bellini è giustamente considerato uno dei dipinti più commoventi della storia dell’arte. Qui il profondo sentimento di compassione permea ogni elemento, dal paesaggio alla composizione architettonica del gruppo, alla geometria astratta dei loro movimenti. Un sentimento appassionato che di religioso ha nulla, è una sofferenza umana e psicologica quella espressa dagli attori del dramma . La resa di dolore ha qui la sua espressione più universale e, allo stesso tempo, la sua dimensione più privata e consapevole. Il gesto patetico della madre si riflette in quello – opposto – del San Giovanni a dimostrare una costruzione attentissima. I dati presi in prestito dall’immaginario popolare , sono raggruppati in primo piano contro un orizzonte infinito. Il braccio di Cristo che termina in un pugno chiuso è quello di un atleta vinto, caduto, mentre il paesaggio appena intravisto, con la sua strada e il torrente scorre, pulsa di vita terrena. Le figure si stagliano contro un cielo plumbeo, angoscioso mentre le loro mani scambiano mute emozioni riflettendo volti sgomenti, è la tristezza assoluta.

 

Il dipinto di Bellini è stato inserito in una vetrina, studiata per garantirne la giusta protezione, mentre la tela del Mantegna, particolarmente delicata per la sua stessa natura – pittura a tempera su tela quasi senza preparazione – è collocata in una nuova teca, più trasparente rispetto all’attuale e dotata di sistemi di controllo microclimatico a distanza. La destinazione   di    un’intera sala (la VII) al solo Cristo morto ha comportato la ridistribuzione dei ritratti del Cinquecento già presenti (Tiziano, Tintoretto, Lotto, Moroni), fra le opere dei Saloni napoleonici (sale IX, XIV, XV) adeguatamente inserite fra le scuole di appartenenza.

I lavori sono stati realizzati con il sostegno di Skira, sotto la direzione lavori dello studio di architettura di Corrado Anselmi, e per l’illuminotecnica di Metis Lighting e dello studio Maronati. La realizzazione del nuovo allestimento si deve in particolare all’elargizione di Van Cleef and Arpels, main partner del progetto. Un sostanziale sostegno è pervenuto inoltre da Giorgio Bagliani, in ricordo di Giovanni Testori e di Lamberto Vitali, cui si è aggiunto anche l’apporto di Edison. www.pinacotecabrera.net

(a.d)

 

 

 

 

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