Biennale. Il Padiglione Angola, uno sguardo al Leone d’oro 2013

I superyacht hanno ormai mollato gli ormeggi e i tappi di prosecco hanno smesso di volare. Dopo i frenetici giorni inaugurali, alla Biennale di Venezia spazio finalmente all’arte

Se il Leone d’oro assegnato a Tino Seghal ha fatto storcere il naso a più di qualcuno (il suo peccato originale è non essere stato abbastanza innovativo ma di continuare a rigirarsi in un dejà vu anni ‘60), il premio al Padiglione dell’Angola, nazione alla sua prima partecipazione veneziana, dopo la coinvolgente esperienza alla Biennale architettura 2012, è stato ampiamente condiviso dalla critica internazionale.

Curata da Paula Nascimento e Stefano Rabolli Pansera (gli stessi curatori del padiglione angolano alla Biennale architettura), la mostra nello storico Palazzo Cini vede protagonista Edson Chagas, artista che si è prodotto in una lettura della città di Luanda partendo proprio dal titolo dell’esposizione internazionale. E così Il Palazzo Enciclopedico messo assieme da Gioni, per Chagas è diventato “Luanda, Encyclopedic City” più che una riflessione per immagini, un incontro personale con le contraddizioni di una delle babeli del mondo.

Nell’ultimo decennio, i cambiamento sociali e urbani dell’Angola sono stati impressionanti. Dalla fine della guerra civile, nel 2002, l’economia del paese è diventata quella in più rapida crescita dell’Africa e una delle più veloci al mondo. L’improvviso afflusso di ricchezza ha visto crescere innumerevoli progetti di riqualificazione e di trasformazione urbana per il paese, centrati soprattutto sulla sua capitale, Luanda. Eppure, questi cambiamenti sono così controversi come sono utili, e se lasciati incontrollati, la mancanza di infrastrutture potrebbe probabilmente portare a una espansione urbana senza centro. Le contraddizioni che questa “metropoli senza urbanità” e cresciuta troppo in fretta si trascina con sé sono evidentemente numerose.

Chagas è un fotografo il cui lavoro esplora i parametri del fotogiornalismo la serie fotografica che ha realizzato di Luanda è una documentazione sistematica, una catalogazione di oggetti abbandonati intorno alla città che sono stati riposizionati, creando una tassonomia alternativa della capitale angolana. Il riassetto di oggetti di scarto esplora le dicotomie della città suggerendo come sia il pianificato sia il non pianificato abbiano il potere di plasmare un luogo. La documentazione fotografica diventa così un’enigmatica serie d’immagini che esaminano l’apparente impossibilità di fornire una visione completa ed “enciclopedica” di una città.

Tuttavia attraverso un’installazione di 23 foto di grande formato lo spettatore può crearsi la propria esperienza della città, costruendo un percorso individuale dove proprio la grande dimensione delle immagini permette la percezione piena dei luoghi, dunque l’interazione con essi. (a.d)

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