Biennale di Venezia, la politica

Sono giorni di preview alla Biennale di Venezia, si svela una delle edizioni più politiche di sempre. Dai disoccupati di Catalogna al Padiglione di Tuvalu, il pardiso che affonda, alla crisi economica raccontata da Stefanos Tsivopoulos per la Grecia, all’attivismo di Ai Weiwei…

Un immigrato africano cammina per le strade di Atene con un carrello del supermercato, raccoglie rottami metallici che probabilmente rivenderà. Un collezionista d’arte affetto da demenza vive rinchiuso nella sua casa museo e per ingannare il tempo realizza origami con banconote vere. Sono scene del film che l’artista Stefanos Tsivopoulos ha realizzato per il Padiglione della Grecia alla 55ma Biennale di Venezia. Un’opera che ci porta direttamente dentro alla crisi economica greca aiutandoci ad esplorare il ruolo del denaro nella formazione dei rapporti umani.

Non tutto è stato svelato di questa Biennale, sorprese arriveranno in questi giorni di preview ed inaugurazioni, ma una cosa possiamo affermarla con certezza. Le questioni politiche e ambientali entrano nella rassegna d’arte contemporanea più importante del pianeta (le biennali nel mondo sono 100, ma la Biennale è una) con una forza e una presenza probabilmente mai viste.
D’altronde la Biennale politica lo è stata sempre, lo fu durante gli anni ’60 dell’arte come rivoluzione, e ancor di più 30 anni prima, quando Mussolini la trasformò in “Ente Autonomo”. Da quel momento non sarebbe più stata gestita dal consiglio comunale, ma da un organismo di poche persone che dipendevano direttamente dallo Stato. La Biennale diventava fascista. E se è vero che l’arte è racconto dei tempi, che alla Biennale si misurano le tendenze artistiche globali e che l’arte è sempre qualche passo avanti alla politica praticata, possiamo solo fare nostre quelle preoccupazioni che gli artisti si prendono in carico di raccontare.

A partire dalle questioni ambientali. Come fa, anche con violenza, l’artista filippino Vincent JF Huang, che per lanciare il suo grido d’allarme per la salvezza di Tuvalu, il piccolo stato del Pacifico minacciato dall’innalzamento delle acque provocato dai cambiamenti climatici, ha costruito una macchina interattiva sotto forma di pompa per il petrolio, si pompa benzina e la macchina “ghigliottina” una tartaruga. Anche le Maldive hanno lo stesso problema, ed anche le Maldive sono alla Biennale, presentando il loro progetto di archiviazione della memoria e della storia di un paradiso che affonda nell’indifferenza del mondo. E cosa dire dell’evento “collaterale” ospitato a Cà Foscar, il progetto sul Great Garbage Patch di Maria Cristina Finucci, l’enorme continente di plastica che galleggia nell’Oceano. 

 

CRITICA SOCIALE, UTOPIA, ATTIVISMO

catalogna_padiglioneEmblematico Il progetto 25%, opera di nuova produzione dell’artista visivo Francesc Torres e della cineasta Mercedes Álvarez, curato da Jordi Balló, che rappresenta la Catalogna.  Punto di partenza è un dato, il 25% designa la percentuale di disoccupazione in Catalogna. “La massiccia disoccupazione che colpisce un quarto della popolazione attiva ci obbliga a intraprendere iniziative per reagire contro il rischio che questa situazione diventi una condizione di vita tollerata, se non addirittura invisibile. – spiegano i curatori –  Renderla visibile, mostrarne tutta la durezza, mettere in luce la dignità delle persone che la patiscono e svelarne il paradosso etico ed estetico sono obiettivi centrali di questo progetto multiautoriale, nato da un’idea originale di Francesc Torres e sviluppato da Jordi Balló”.  La mostra si sviluppa nello spazio aperto di 380 metri quadrati dei Cantieri Navali. Otto persone disoccupate, che coprono il più ampio spettro sociale possibile (un senegalese impegnato nel settore del riciclo, un’architetta giovane e sovraqualificata, una ricercatrice scientifica, un operaio metallurgico sui 50… ), sono stati fotografate da Francesc Torres durante un periodo di convivenza di 1-2 settimane. In questo lasso di tempo, l’artista ha documentato le loro vite quotidiane e realizzato un ritratto di grandi dimensioni di ognuno di loro. A ciascun partecipante è stato chiesto di portare un oggetto dal contenuto emozionale che ha nella propria casa (un dipinto, una statuetta, una riproduzione…). I personaggi hanno poi visitato singolarmente il MACBA (Museo d’arte contemporanea di Barcellona), dove hanno scelto un’opera della collezione permanente del museo e spiegato il motivo del loro interesse. Filmata dalla cineasta, questa incursione al museo fa parte dell’installazione, insieme alle fotografie di Francesc Torres e alle due opere scelte da ciascun partecipante, una fra gli oggetti di proprietà e l’altra nella collezione del MACBA.

 

Dal Sudamerica ecco Emergency Pavilion: Rebuilding Utopia, organizzata dal Museo de Arte Contemporaneo de Santiago de Chile al teatro Fondamenta Nuove. Una mostra incentrata su quelle pratiche artistiche che pongono l’accento sul cambiamento, sulla riorganizzazione della realtà, sull’immaginare un universo migliore. E poi nel Padiglione Argentina ecco, Nicola Costantino incarnare Eva Perón. Rapsodia Inconclusa (Unfinished Rapsody) analizza e decostruisce una figura che è stata sempre vista in maniera parziale e ideologica. Due video-installazioni (Eva los sueños e Eva el espejo Eva i sogni e Eva lo specchio), un oggetto-macchina (Eva la fuerza – Eva la forza) e una scultura quasi astratta (Eva la lluvia – Eva la pioggia): quattro opere che colgono – da diverse angolazioni – in un originale gioco comunicativo, l’anima “vera” di Eva nella sua peripezia tra personale e politico, tra reale e fittizio, tra privato e pubblico.

peron

E cosa c’è di più politico degli interventi dell’artista attivista cinese Ai Weiwei (una mostra personale e la presenza nel padiglione Germania) in una Biennale che somiglia terribilmente ad una collezione di sconfitte.

(a.d)

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