Biennale di Venezia, aspettando una rivoluzione

55ma Esposizione internazionale d’arte delle Biennale di Venezia, meno 12 giorni al via della rassegna d’arte contemporanea più importante del pianeta (1 giugno – 24 novembre 2013)

E’ probabile che sia più utile alla Biennale non parlarne. Non parlare della rassegna come evento complessivo, non addentrarsi nei sentieri tortuosi e sconnessi della kermesse (brutto termine) dove la polemica per la polemica è sempre pronta a spuntare, come d’obbligo è il “sarebbe stato meglio che…” o il “tutto da rifare…” del rifondarolo di turno, che in genere è pure conservatore.  Sarebbe più utile alla Biennale, ma ancora più vantaggioso al pubblico, guardare a questo immenso contenitore di eventi in ogni sua mostra, anzi, in ogni sua opera, perché basterebbe scovare nel mare magnum delle proposte (150 artisti per l’esposizione internazionale curata da Gioni, 88 partecipazioni nazionali e 47 eventi collaterali) il capolavoro di questo “principio” di XXI secolo, o almeno il lavoro (o la mostra), che sia sullo spartiacque di nuova stagione per lasciare cadere ogni tentativo di disapprovazione e affermare convintamente che sì, ne valeva proprio la pena.

Massimiliano Gioni Direttore della 55. Esposizione Internazionale d’Arte

Massimiliano Gioni
Direttore della 55. Esposizione Internazionale d’Arte

C’è che il nuovo millennio è cominciato ormai da 13 anni, c’è che in questo lasso di tempo le Biennali sono state sei – questa sarà la settima –. Non sono mancate le pregevolezze come i Leoni d’Oro della Biennale 2011: l’inglese Christian Marclay col suo The Clock e il padiglione nazionale della Germania, affidato a Christoph Schlingensief, che neppure riuscì a vederlo; quella che è mancata è una bussola. Le tendenze sì, anche parecchie, su tutte la preponderanza della videoarte, che non è nuova ma che è sempre più egemone. Eppure non è il nuovo medium che cerchiamo, non è di questo che c’è bisogno, tanto più che d’innovazioni siamo saturi,  tanto più che non è lo strumento (non sempre almeno) a fare l’artista. Quello che in questo scorcio di millennio non siamo riusciti a scorgere è il ruolo “contemporaneo” dell’arte e dell’artista. Non vogliamo considerare l’eccezione (Ai Weiwei per esempio) e neppure la provocazione (che peraltro è cosa antica) ma pensare al nuovo vero, quello che entra nei libri di storia col titolo di rivoluzione, rinascenza, scoperta. Il nuovo che accompagna i mutamenti del mondo e che talvolta li dirige o dà loro coerenza. Ma in una società che cambia freneticamente e che in maniera schizofrenica offre all’immaginario scenari opposti: da un lato la speranza tecnologica, dall’altro l’apocalisse (crisi economica, questione ecologica ecc), l’arte non sembra più capace di reggere il passo. Continua a offrirci la sua lettura della realtà o del particolare – e questo gli artisti lo fanno regolarmente, chi bene chi meno bene – ma non sembra più in grado di volare alto, di prenderci per mano e spiegarci, come solo l’arte può fare, cosa siamo diventati. Condivisibile, ma insufficiente, attribuire i mali dell’arte di oggi alla prepotenza del mercato, alle esigenze (economiche) dei pochi che fanno il bello e il cattivo tempo, ai tanti curatori che hanno perso ogni indipendenza per compiacere il grande collezionista di turno. Il problema non può essere solo questo.

Una parola per descrivere quello che accade oggi forse c’è, è pesante e persino abusata: decadenza. Serve una rivoluzione per sperare, ci piacerebbe trovarla a Venezia…

Nel 1913, cento anni fa, Michel Duchamp crea il primo ready made La ruota della bicicletta, Picasso ha già dipinto le Demoiselles D’Avignon da cinque anni; l’astrattismo sciocca il mondo e a New York si tiene l’Armory show . Tutti loro hanno perfettamente inteso cosa sarebbe stato il ‘900, oggi non siamo in grado d’immaginare come ci sveglieremo domani. Intanto sono passati più di cinquant’anni dalla Pop Art e da Fontana e da Manzoni; più o meno tanti dalla nascita dei nuovi linguaggi degli anni ’60 (performance, video ecc) e 45, anno più anno meno, dall’Arte Povera e dai “concettualismi” degli anni ’70. Continuiamo a girarci attorno, l’arte continua a girarvi attorno, come se tra la guerra del Vietnam e l’avvento del web 2.0 non fosse accaduto nulla.

Nota finale. Per coerenza proveremo a non segnalare eventuali polemiche dovessero insorgere durante la 55ma Biennale.  Ci proveremo, non è detto che vi riusciremo. Le mostre, quelle sì, tutte.

(a.d)

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