Arte contemporanea, maltrattata o incompresa?

Un sondaggio condotto dalla rivista Focus Extra, riporta che 4 italiani su 10 non capiscono l’arte contemporanea. Per il 38% del campione è «un oggetto […]

Un sondaggio condotto dalla rivista Focus Extra, riporta che 4 italiani su 10 non capiscono l’arte contemporanea.
Per il 38% del campione è «un oggetto misterioso», ma «ne è incuriosito e vorrebbe saperne di più». Per il 23%, invece, «non è vera arte».
C’è un 37% che di fronte a certe opere risponde «avrei potuto farle anch’io», mentre un altro 37% dice che «dovrebbe esserci qualcuno che me ne spieghi il significato»; per il 26% è «vera arte».

Nel sondaggio anche domande relative alla provocazione d’arte, legata a nomi come Cattelan e Hirst, il 36% le ritiene «artisticamente valide»; per un 15% «scioccare gli spettatori non è arte» e altrettanti pensano che «far soldi in questo modo non è il mestiere degli artisti». Per il 34% invece «suscitare emozioni di ribrezzo è fin troppo facile per considerare artista chi lo fa».

In sintesi quasi la metà degli intervistati (48%) ritiene che l’arte di oggi si basa più sull’idea che sulle abilità manuali di chi realizza l’opera, mentre il 77% giudica l’arte in base all’emozione che suscita e non sulla sua capacità di descrivere la realtà.

 

Probabilmente non serviva un sondaggio “scientificamente concepito” per approdare a questo genere di conclusioni, tuttavia la diffidenza del grande pubblico verso l’arte contemporanea deve essere considerata e tenuta nel giusto conto. I primi a doverlo fare sono proprio i protagonisti di questo universo, più lontano dalla realtà di quell’arte “impossibile” che patrocinano. E’ vero che nel mare ci nuotano tutti, ma la capacità di discernere è sempre individuale e non possiamo aspettarci che qualcuno scelga al posto nostro. Il Pubblico, però, quello scritto con la maiuscola, laddove col termine s’intende l’istituzione o il museo, ha il dovere di scegliere e deve farlo in buona fede, deve aiutare il pubblico, quello con la “p” minuscola, a compiere lo “sforzo” di approfondire, se vuole. E se l’istituzione è credibile, se è riuscita a guadagnarsi la fiducia della gente, potrà permettersi anche di “scioccare”…nel nome dell’arte sia chiaro.

Qualche tempo fa intervistando Luca Beatrice, a proposito del muro che separa l’arte contemporanea da un pubblico più vasto, fatto di gente che avrebbe anche le potenzialità per fruirne che ma neppure vi si accosta, il curatore rispose che le colpe erano diffuse  “nel senso che è evidente, nell’arte contemporanea, un difetto di comunicazione per cui chi produce cultura non si preoccupa del pubblico. Pubblico che a sua volta nutre come una sorta di timore reverenziale, di timidezza verso questo mondo …

Alla domanda perché l’arte contemporanea stenti ad avvicinarsi al pubblico, Philippe Daverio ci aveva invece risposto puntando il dito sull’autorefenzialità di un certo mondo  con gli anni si è isolata intorno ad un mondo sacerdotale che la celebra come una sorta di rito magico perciò interessa solo a chi fa parte del giro, il resto dell’ umanità è molto lontana dall’arte contemporanea  Vi è una specie di sacerdozio dell’ arte contemporanea”. Un parere che rimandava ad una sorta d’impossibilità ad amarla neanche sappiamo cosa sia l’arte contemporanea. – rispose il critico e conduttore televisivo –  Quello che sostengo io è che quella cosa che viene raccontata come tale non è del tutto arte contemporanea perché sennò non sarebbe contemporanea. Quando uno va a quelle grandi manifestazioni dedicate non vede niente di ciò che avviene nel mondo.

Nel mondo sentiamo parlare della Cina, dei problemi di domani, della struttura ecologica del globo terrestre, delle preoccupazioni. Nell’arte tutto questo non si trova quasi più, è diventata una sorta di grande ludoteca, il mondo dell’arte contemporanea non è una cosa seria… Una cosa seria si sarebbe evoluta, invece serve a creare una sorta di rito come il teatro “No” in Giappone. Una ritualità lontana dalla nostra realtà oggettiva ma questo non vuol dire però che non ci sia da qualche parte un arte che sia vera”. Qual’è allora l’ arte vera?E’ quella che stimola il pensiero di quelle persone, abbastanza poche tra l’altro, che si assumono la responsabilità di portare avanti il pensiero del mondo”.

Nota finale a proposito del sondaggio e di quel 37 per cento d’italiani che dicono “questa la potevo fare anche io”. La risposta più completa, e divertente, nonché accessibile e per nulla cervellotica, la offre Francesco Bonami in un libro pubblicato da Mondadori che ha per titolo, guarda caso, “Lo potevo fare anch’io”. Costa meno di dieci euro e definisce una volta per tutte perché non è da tutti, anzi è da pochi, pochissimi, dipingere tele bianche che abbiano un senso.

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