Alfredo Jaar – abbiamo amato tanto la rivoluzione: la personale alla Fondazione Merz

Dal 5 novembre la Fondazione Merz presenta a Torino, nei propri spazi espositivi Alfredo Jaar. Abbiamo amato tanto la rivoluzione, una grande mostra personale di un indiscusso protagonista dell’arte di oggi, a cura di Claudia Gioia

Cosa è rimasto dell’impegno politico degli anni ’60 e 70? Cosa il vaglio della storia ha incapsulato nei sedimenti più profondi, cosa l’onda della necessità ha travolto, cosa recuperare, almeno nello spirito, di quei decenni. Anni ancora intrisi di possibilità. Per Alfredo Jaar sono innanzitutto l’autoconsapevolezza e alla responsabilità verso il mondo e quello che accade gli elementi da recuperare.

Rappresentante del padiglione cileno alla 55 Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia e artista scelto per l’edizione 2013 della rassegna di arte pubblica torinese Luci d’Artista, Jaar per la Fondazione Merz ha ideato un nuovo progetto giocato sul concetto di riflesso e di riflessione che, nel solco del suo interesse per la relazione tra cultura e vita democratica, interroga il senso della memoria e dell’impegno politico degli anni Sessanta e Settanta, non per commemorare, ma per tornare a promuovere la cultura come fattore di cambiamento.

 

Alfredo Jaar, Gramsci, 2009 Courtesy of the artist, New York and Galleria Lia Rumma, Milano

Alfredo Jaar,
Gramsci, 2009
Courtesy of the artist, New York and Galleria Lia Rumma, Milano

La mostra, composta da circa 60 opere, ha inizio con una grande installazione costituita da milioni di pezzi di vetro e specchio che coprono quasi interamente il pavimento della Fondazione. Lo spettatore, camminando su una distesa riflettente di macerie che è anche spazio della memoria, è invitato a ripensare ai momenti difficili della storia collettiva, e allo stesso tempo si ritrova a compiere un esercizio di conoscenza di se stesso. Ciò che rimane degli insegnamenti della storia,diventa la base per una rinascita e nuova spinta culturale.

 

In un secondo spazio Jaar orchestra un dialogo con un’opera di Mario Merz del 1970 intitolata Sciopero generale azione politica relativa proclamata relativamente all’arte, riportandola al tempo presente attraverso una nostalgica e poetica messa in scena.

 

Nel percorso infine alcune pareti della Fondazione sicoprono interamente di lavori realizzati da Alfredo Jaar a partire dai primi anni Settanta fino ad alcuni ideati appositamente per la mostra. Opere dedicate ad Antonio Gramsci, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Ungaretti, alla denuncia delle dittature in America Latina e all’impegno politico degli anni Sessanta e Settanta, si combinano con altre di artisti come Mario Merz e Alighiero Boetti, Luis Camnitzer, Valie Export, Hans Haacke, On Kawara, Yves Klein, Joseph Kosuth, Piero Manzoni, Fabio Mauri, Cildo Meireles, Yoko Ono, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gerhard Richter, Nancy Spero, Lawrence Weiner che con il loro percorso non hanno e non smettono mai di interrogare il mondo.

Scrive la curatrice nel saggio di catalogo “Per il suo progetto alla Fondazione Merz di Torino, Alfredo Jaar sceglie il riflesso e la riflessione sulla storia degli anni ’60 e ’70. Compie un tratto di strada con Mario Merz, costruisce una quadreria chiamando al suo fianco i lavori di alcuni artisti che in questa avventura sente affini e illumina la memoria perché ci si possa rispecchiare in un “noi” che si credeva non più pronunciabile. Una storia complicata ma nostra.

Abbiamo amato tanto la rivoluzione implica un “noi”. Anche se oggi qualcuno se ne vergogna, anche se c’è già stata una gara a diminuire il coinvolgimento, anche se sono stati fatti tutti i distinguo possibili, anche se di alcuni fatti non bisogna parlare, anche se alcuni non li si vorrebbe più far parlare, anche se si è già deciso che i responsabili sono tutti da una parte, quella storia ci appartiene”. E Jaar ce lo ricorda facendoci emozionare.

(a cura di a.d)

 

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